venerdì 1 dicembre 2017

Chiodo, Riccione, Jovanotti e il mio posto.




A Bologna lo chiamavano Chiodo, per via del cognome, il cugino di mio padre. Era un campione di bridge. Anzi, era anche diventato il direttore del circolo di Bologna. Ma da tutta la vita amava trascorrere più tempo che poteva a Riccione, nella sua villetta dietro viale Ceccarini. Là per tutti era Poppi.
Era il classico bolognese a cui non puoi non volere bene. Alto, rotondo, godereccio e di una bontà sconfinata. La voce sempre rauca per via delle sigarette che fumava a nastro. Il profumo che lo circondava sempre, ma in maniera discreta.
Fu per via della sua storica amicizia con il padrone dell'hotel Flamengo che io finii a fare le vacanze lì, nel 1982. E non smisi più, fino al 2011.

Conosceva tutti lui, a Riccione. E quando seppe che il me di undici anni scarsi era perdutamente innamorato delle gesta del primo Jovanotti, che si esibiva regolarmente all'Aquafan, fece due chiacchiere col suo amico Elio, il proprietario dell'albergo e saltò fuori che il capoccia del parco acquatico della Perla Verde altri non era che un tizio con cui loro avevano fatto un'infinità di balotta, da ragazzini.
Andrea fece un lento cenno con la testa, per far capire che aveva capito, poi non disse niente.

Io avevo scoperto dell'esistenza di Lorenzo Cherubini un anno prima, quando, nel pieno del salotto ingessatissimo di mia nonna, dove alla tv si guardavano solo varietà nei quali Massimo Ranieri era ancora visto come un giovane, idolo delle ragazzine, vedere nel pomeriggio di Italia Uno un tizio che saltava nella piscina a onde urlando "1,2,3, casinoo!!!" mi era sembrato l'arrivo del Messia. E più tutti gli davano dello scemo, più io non capivo dove stesse il problema.
Ero rimasto senza respiro dopo averlo visto esordire a San Remo, mettendo a soqquadro il palco dell'Ariston, avevo le sue camice con le stelle, i jeans strappati e le mutande con la bandiera americana. Avevo appena finito le elementari e continuavo a credere che uno che diceva che fare festa è una figata non potesse avere torto.

Una sera mia nonna entrò in camera, a Riccione, con una faccia davvero strana. Cercava di non ridere, ma non ci riusciva. "Mi ha detto Andrea che stasera il tuo Jovanotti viene a fare uno spettacolo agli scivoli, là...ma è un segreto, perchè poi deve tornare in caserma...".
Era fine luglio e io caddi per terra.
La sera mi preparai in uno stato di trance. Andrea mi venne a prendere verso le dieci, quando normalmente stavo per andare in branda. Salii sulla sua macchina e per tutto il tragitto, che mi parve infinito, mi parlò dei Blues Brothers e di come, una volta in pensione, avrebbe voluto ritirarsi a vivere proprio lì, nella sua Riccione. Il tutto mentre il suo impianto sparava musica a un volume che mi pareva irreale.
Scesi dalla macchina e pensai: "Anche io voglio venire a stare a Riccione, quando andrò in pensione".

La discoteca ricavata nel cuore di quell'Aquafan, che allora aveva sì e no due anni, si chiamava Walky Cup, come il bicchiere di cartone da passeggio che la Coca Cola, sponsor di Radio DeeJay, stava lanciando proprio in quegli anni, pieni di hamburger, Vasco e Duran Duran.
Mi sembrava enorme, anche se alla fine non lo era.
Mi ero sistemato su una specie di ringhiera. Lorenzo, circondato da bodyguard e figure dall'aria seria, probabilmente piazzate lì dal geniale Cecchetto per far sembrare che avesse un'importanza superiore a quella autentica, arrivò verso le undici e mezza. Chiodo nero, RayBan a goccia, cappellino rosso, mutande americane. Qualche centinaio di ragazzini in delirio. Io in uno stato prossimo al nirvana che mi facevo pettinare dai bassi di "Latino", il nuovo singolo dell'alter ego house che Lorenzo si era inventato a inizio carriera e pensavo che in quello stato lì ci stavo davvero bene.
A fine show Andrea mi venne incontro con un sacchetto. Dentro c'era un gilet a stelle e strisce firmato "Jovanotti the man" e un foglietto con un autografo proprio del mio idolo.
Mi riportò in albergo e vissi i giorni seguenti come chi si chiede di continuo se sia successo veramente.
Ma lo shock non fu tanto per l'aver visto per la prima volta Lorenzo. O, meglio, non solo.

Quello che mi era rimasto addosso, assieme al gilet, era la sensazione incredibile di benessere che avevo provato, circondato da una folla festante, dalla musica sparata a un volume pazzesco, dall'odore del fumo della macchina del fumo, dallo sfrigolo dell'attesa, dalla sensazione di cosa che sta capitando quando lui era salito sul palco, dalla botta al petto di quando il gruppo si mise a suonare. Non ero sconvolto per il rumore, per la luce, per le voci. Ero strabiliato da quanto tutto questo mi avesse fatto stare bene.
La prima volta che vidi Lorenzo fu anche la prima volta che sentii che essere a un...boh, concerto, evento, spettacolo, fate voi, ma comunque a un live era essere in uno stato di benessere.
Passerò da presuntuoso, ma cosa mi frega: era il mio posto.

Da allora avrò visto un paio di centinaia di concerti, lo stesso Jovanotti l'ho rivisto (credo) tredici volte e su un palco (o qualcosa di simile) ci sarò salito...boh...altre 200? Una roba del genere.
È sempre uguale a quella volta là.
E quando vedo Jovanotti in me scatta una serie infinita di associazioni che io non mi ci metto neanche a provare a scardinarle per rendermi conto che adesso si deve dire che comunque è un radical chic del cazzo, che dice delle boiate e tutto quello che si deve biascicare per dimostrare di essere sulla stessa lunghezza d'onda di qualche blogger/stakeholder/opinion leader o che minchia altro non lo so, tutto sprezzante acutezza, sarcasmo intellettualoide e piglio stizzito di chi ritiene di essere ingiustamente meno considerato del mio regaz di Cortona.
Certo, può darsi che la consapevolezza che apparve in me quella notte di luglio di ventotto anni fa sarebbe arrivata lo stesso e magari farei lo stesso discorso anche se si fosse trattato di un concerto di Fiorella Mannoia a cui mi aveva accompagnato la maestra di matematica.
Ma alla fine è anche una questione di chi arriva prima.
È arrivato prima Lorenzo al Walky Cup. E ne sono tuttora felice.

Come sono felice di ricordare che arrivò prima Andrea detto Chiodo. Che però eravamo a Riccione, quindi Poppi.
Purtroppo non mi restano molti altri ricordi di quel ragazzone che una mattina del 1993 si accasciò sul volante della sua Thema, sui viali, all'altezza di Porta San Vitale. E non si svegliò più.
Perchè - e qui scatta la lacrimuccia - se no io 'sto week end l'avrei portato a Milano per vedere il negozio che ha aperto Jovanotti ieri, in occasione dell'uscita del suo nuovo disco.
E magari stavolta un gilet glielo regalavo io.

Il suo l'ho ancora, comunque.

lunedì 2 ottobre 2017

Sorrisoni

Ah già, che io sono quello che frigna per la mamma!

Quando iniziai questo blog pensai: "Di fatto questo fa di me un blogger!". Non che mi esaltasse, ma mi interrogavo su cosa mi avrebbe poi separato dai miei colleghi più illustri, quelli che quando scrivono spostano le opinioni di chi legge. O, quanto meno, lasciano un qualche segno, destano attenzione. Mi chiesi cosa avrebbe potuto rendere me uno così.
Non mi risposi. In realtà mi importava poco. Ma pensai che comunque, per prima cosa, avrei dovuto scrivere tanto.
Ecco, nel dubbio non l'ho fatto.
Come sempre, si spara all'inizio, poi l'entusiasmo cala e si lascia scivolare via ciò di cui ti cale il giusto.

Per dire.

L'ultima volta mi lagnavo della salute traballante alla vigilia del tour promozionale del nostro secondo album. E finivo poi per tirare in ballo quel lutto che, evidentemente, non avevo ancora elaborato granchè.
Cosa è cambiato nel frattempo?
Ovviamente tanto.
Ovviamente nulla.

Perchè Facebook ha successo?
Perchè il mondo ne aveva voglia. C'era un buco a forma di Facebook in tanti. Un posto unico nel quale convogliare ciò che di sè non si resisteva a voler mostrare. Un posto unico in cui far vedere ciò che volevi mostrare a chi lo potevi mostrare. In cui vedere cosa mostravano coloro coi quali volevi un contatto. Il tutto al riparo di uno schermo che ti avrebbe comunque sempre fatto sentire protetto.

Per poco più che un caso ho scoperto che il due ottobre è stata designata come la giornata dei nonni.
Cazzata, chiaro.
Ma ho avuto voglia di mettere su Facebook la foto del 1994 in cui bacio e abbraccio la mia amatissima nonna Liliana. Perchè volevo che si vedesse in giro quanta voglia avevo di baciarla, quel pomeriggio di ventitrè anni fa. Ovvio, non si vedono svariati miliardi di altri momenti con lei, quando mi metteva lo zucchero nella medicina che non volevo prendere, di nascosto da mia mamma, quando guardavo Sentieri accanto a lei, imperturbabile, quando mi chiedeva cosa avrei voluto mangiare a Natale con quei 3, 4 mesi di anticipo, quando scioglieva per un attimo il suo aristocratico aplomb e mi regalava un rapido ma intensissimo sorriso beffardo per farmi capire, coi suoi occhioni carta da zucchero, che aveva capito la gag feroce che avevo appena fatto, ma non si poteva scomporre più di tanto, quando accarezzava il suo obeso gatto persiano, Gorbaciov.
Ma per un post va bene così.
Mi scoccia non avere a portata di clic una foto della nonna Linda. Un'altra sulla quale ci sarebbe da postare, anche di più della Liliana.
Il nonno Gino non l'ho mai conosciuto. Il nonno Maso suonava il jazz e l'avrò visto sì e no 50 volte in vita mia.

Ma visto che io sono quello che frigna per la mamma e visto che non sono diventato un blogger, ma uno che il blog se l'era fatto ma poi non l'ha più cagato, ecco che assemblo due idee: oggi doveva essere il primo giorno da nonna per mia mamma + ho il blog da frignata.
Se poi mi tira, lo link su Facebook.
Eccoci.

Ma non ho molto da aggiungere, in realtà. Qualche giorno fa mi sono imbattuto di nuovo nella pagina di Henry Scott Holland che tenta lodevolmente di consolare gli inconsolabili mettendosi nei panni di un de cuius e sostenendo la morte non sia nulla, se non un passaggio da una stanza all'altra.
Ho dovuto interrompere la lettura dopo poche righe perchè stavo soffocando dal groppo in gola, ma stavo anche lavorando e proprio non potevo permettermi di esplodere in lacrime.
E allora no, io il lutto non l'ho elaborato. E vi dirò di più: ma cosa cazzo significherebbe "elaborare il lutto"?
Ok, sono certo ci sia una letteratura scientifica che, quanto meno, spieghi nel dettaglio cosa vorrebbe dire un'espressione del genere. Ma io non la conosco. E sono abbastanza convinto che lo stesso possa dirsi per tanti di coloro che tirano in ballo questo concetto. E ai quali magari capita di rivolgersi, che so, a me.
Primo: io vi ringrazio, davvero, per il fatto che mi dedichiate un pensiero, delle parole. Non è scontato, non è dovuto eppure lo fate. Grazie. Ma
Secondo: lasciate stare. Perchè per me vale ancora esattamente lo stesso pensiero che mi attraversava la testa mentre vedevo mia mamma sciogliersi sul letto di un hospice un giorno dopo l'altro e incontravo gente - Dio vi abbracci per me - in visita: "Se non siete qui per dirmi che è tutto uno scherzo e che mia mamma si alzerà nel giro di tre secondi, potete sparire".
Per carità, non significa "non mi parlate". Nemmeno "non me ne parlate".
Anzi. Per me non è mai stato un argomento da evitare.
Da subito io ho amato parlare di mia mamma. E anche di quanto fosse vergognoso che fosse morta a 57 anni. E di come fosse morta.
Sono fiero, profondamente fiero di essere il figlio di mia mamma.
Ma, ecco, proprio per questo non mi va che mi se ne parli nel registro standard che si riserva generalmente alle conversazioni di questo genere.
"Ma tanto ti vede", "E' sempre con te", "Ci vuole del tempo". Cose così.
Anzi, le parole che tengo più strette a me, quando ripenso a tutto quel passaggio, sono quelle che mi mandò via sms un collega con il quale non avevo nemmeno un rapporto così stretto. Ma mi disse: "evito parole inutili".
E lì io pensai: "Sì, cazzo, sì...grazie Enrico, perchè mi hai pensato e lo hai fatto dandomi qualcosa". Lungi da me il voler togliere importanza a tutte le altre testimonianze di vicinanza dell'epoca. Davvero.
Ma il mio collega Enrico mi diede qualcosa. Per me. "Le chiacchiere non contano. E' uno schifo, lo so e voglio farti sapere che lo so e che mi dispiace". Per me suonava così.
E andava benissimo.

No, non elaboro niente. Un amico qualche tempo fa mi mandò una base strumentale sulla quale mi venne voglia di scrivere delle parole e di cantarle. Non sapevo neanche io di cosa stessi parlando fino a che, nel bridge, non mi uscì qualcosa di traducibile con: "Dio, non me ne volere se sono ancora convinto che non sia stato giusto".
Non elaboro, perchè per il Dio in cui credo, sono certo che sia giusto così. Ma questa è fede. Fuori dalla fede (e io, che sono un peccatore, non sono tutto fede, quindi c'è tanto me anche fuori dalla fede) io non sono ancora convinto. E sarò a posto solo quando e se sarò convinto.

Così come non sono per niente a posto col fatto che oggi dovevamo festeggiare la prima giornata dei nonni con mia mamma, che si sarebbe incazzata moltissimo nel rendersi conto che veniva festeggiata in quanto nonna, ma alla fine sarebbe stata tanto, ma tanto, ma tanto felice di tenersi in braccio Simo e Vitto, sicuramente conciati da nani eleganti, con quelle due facce da culo incredibili che si portano appresso, con quei sorrisoni che vengono dritti dritti da quelli della nonna Liliana e sono passati anche dalla loro nonna Kitty, che invece non se li sta tenendo in braccio proprio per un cazzo. Perchè la vita è una vergogna e fino a che non mi avranno convinto del contrario, vaffanculo non mi chiedete di elaborare niente.

martedì 3 gennaio 2012

Rashard Griffith

Il mio amico Clyde, all'indomani del 5 maggio 2002, dopo che la Virtus Kinder di Ettore Messina, Manu Ginobili e Rashard Griffith aveva perso in casa la finale di Eurolega, contro il Panathinaikos di Obradovic e Bodiroga, prese a scrivere mail piene di livore nei confronti della sorte e si domandava se alla Virtus sarebbe mai stato dato di poter arrivare a un appuntamento importante al completo, senza handicap che ne minassero il rendimento, ancor prima che ci provassero gli avversari. Con il 2012 inizia la storia del nostro secondo album, domani in radio e poi di corsa a Prato per un live a sorpresa. Venerdì l'esordio in pompa magna al Locomotiv e giovedì prossimo si va a Milano, sul palco del Leoncavallo con i Cut. Abbiamo una mezza dozzina di date programmate per le prossime settimane, le recensioni stanno per uscire. E' il momento che stiamo aspettando da un pezzo, dopo che abbiamo rimesso insieme un giochino che sembrava andato in pezzi ancora prima di uscire dalla scatola. Ecco, qualcuno è così carino da spiegarmi perchè io debba andare incontro a tutto questo con addosso un malanno che non ho ancora capito se è raffreddore, influenza o cosa cazzo altro non lo so? Ma ci si può svegliare il primo gennaio sentendosi di merda con il 4, il 6 e il 12 segnati in rosso? Senza poi contare tutte le menate simili che mi hanno traumatizzato dall'infanzia a oggi, al punto che quello del malanno che mi impedisce di fare la cosa a cui tengo tanto è uno di quegli spauracchi che non riesco a non portarmi dietro, tutt'oggi. Mia madre mi direbbe di stare calmo, che tanto se sto male al punto da non suonare, non suonerò. E che agitarmi non servirà comunque a niente. E io mi incazzerei con lei, perchè ha ragione e perchè non mi sta dicendo: "Vai tranquillo, andrà tutto per il verso giusto". E io le romperei il cazzo fino a costringerla a dirmelo, anche se non lo pensa. Tutto questo è una lettura perfetta della situazione come sarebbe stata in un mondo altro. In quello che ho abitato fino a metà del 2009, quando ancora occupavo un livello tipo sottodominio, quando ero ancora il figlio della Kitty, ero a metà fra un aspirante giornalaio e uno studente, quando ancora mi raccontavo che mia mamma sarebbe stata in grado di portare avanti il suo male a più infinito. O che sarebbe addirittura guarita. E poi c'era la marmotta che incartava la cioccolata. Adesso non me lo racconta nessuno cosa succederà. E allora te lo dico io. Anzi, no. Perchè non lo so. Ero proiettato verso un finale titanico, tipo "me ne andrò sul palco e ci starò fino a che non collasserò, perchè fino a che mi reggeranno le gambe, me ne starò là". Ma 'sticazzi, non è il mio genere. Fare affermazioni del genere, intendo. Poi, con ogni probabilità, andrà così. O morto o a suonare, non lo so. Ma non sono uno sbandieratore. E mi è pure scesa la catena. Perchè queste minchiate di blog non sono altro che sguardi verso se stessi e se per caso ci fossero dei dubbi sul perchè scrivo poco o niente, la risposta è che tanto chi mi guarda per bene, può vedere sempre e solo la stessa cosa. Che potrà non piacere e sarà pure noiosa per un blog, che è un curioso ibrido fra introspezione ed estroversione, fra l'autonalisi e l'intrattenimento, fra i cazzi propri e i cazzi altrui. Ma qui c'è uno che appena butta un occhio su di sè non ha altro da far vedere che lo sbrago a forma di madre morta. Chiedo perdono per la noia, ma non me ne preoccupo più di tanto: nessuno passa mai di qui, men che meno adesso che Facebook non è più collegato con Blogger. E se chi passa non gradisce, può rimediare in men che non si dica, pescando qualche altro blog pieno di opinioni sagaci e sdegnate su MontiLaCRisiL'OrdineDeiGiornalistiQuanto faSchifoTuttoQuantoSoloIoHoCapitoComeDovrebbeVivereLaGenteCiviledevonoVergognarsiTutti TranneMeCheMipossoEspimereFinchèVoglioPerchèC'hoIlDirittoPerhcèTuttiHannoDirittoAParte QuelliCheNonLaPensanoComeMeChiudeteCasapàund. Forza, fuori dai coglioni. Qui c'è questo. Buon Anno.

martedì 22 febbraio 2011

22 febbraio 2011

Allo stato attuale delle cose il nostro disco non ha ancora un titolo, una copertina e non sono nemmeno finite del tutto le riprese.

Però a me pare già che ci sia un bordello di roba là dentro.
Mi rifiuto scientificamente di dare qualsiasi tipo di giudizio, ma non posso negare che ho una grandissima voglia di far sentire a chiunque quello che siamo riusciti a tirar fuori dallo studio di Prince Germain.

A volte penso che fare un film sia un’impresa pressoché impossibile. I dialoghi, le scenografie, le riprese, campi, controcampi, carrellate, primi piani, le battute, la storia, l’audio, i costumi. Se ci penso, ho la sensazione di un monte di lavoro improponibile. Per la mia scala di valori, un film è impossibile.

E coi libri, più o meno, la penso uguale. Coi romanzi, più che altro. Non mi capacito di come si possa trovar da inventarsi un racconto che vada avanti per pagine e pagine senza scassare, più o meno, le balle. Anche quello, impossibile.

Poi penso a un disco e lo trovo possibilissimo.

Ma il monte ore di lavoro che c’è dietro non ha veramente niente da invidiare agli impossibili film e romanzi.

Non dico solo del lavoro in studio di registrazione. Che già quello è enorme. Ma per concepire il tutto. Aria pura, la musica. Materiale più o meno infinito che può prendere qualsiasi forma, purchè sia tu a dargliela. Può essere tutto e il contrario di tutto, perché se tu non ci intervieni, da capo a fondo, la materia allo stato puro non è altro che silenzio. Che storia!

Non starò a rimenarla da capo col fatto che adesso è tutto diverso nella musica dei Phidge, che abbiamo cambiato batterista e blablabla. Ma questo, ecco, va detto: è stato come ripercorrere indietro un gran pezzo di strada per tornare a un bivio al quale abbiamo dovuto ammettere che ci eravamo sbagliati e abbiamo preso l’altro viottolo, che va in tutt’altra direzione.

Oh, non vorrei che Simon si offendesse e credesse che gli sto dando dell’errore! Ci mancherebbe! Ma lui lo sa che io sono un feticista delle parole una dietro l’altra per il gusto di mettercele e stavo solo abusando di un’immagine che rendesse quello che cerco di blaterare, per carità.

Detto questo, cambia il viottolo e cambia anche tutto il panorama intorno. Forse ci sono romanzieri e cineasti a cui tutto questo parrà impossibile.

Uno può mettersi a fare canzoni così, cazzeggiando, buttandoci quello che si crede di sapere sulla musica e sui meccanismi coi quali si pensa di poter creare un pezzo. Ma funziona poco e male.

Poi cerchi i giri, le robe belle che suonano strane. Ma funziona poco e male anche quello.

Insomma – che poi mia moglie dice che la tiro troppo in lungo – arriva il momento in cui o smetti o ti rendi conto che può funzionare solo scavandosi dentro e guardandosi attorno. È lì che diventa dura, perché è lì che si inizia a fare sul serio. Non c’è più quasi nulla di casuale o artificioso. Ci vuole impegno e l’onestà di guardare a se stessi, per quello che si è e non per quello che ci si vorrebbe spacciare. Finiscono le pose. Può essere doloroso o, quanto meno, mettere a disagio. Ma può funzionare solo così.

Ecco, belli o brutti che siano, i pezzi del disco senza nome sono più o meno tutti così.

C’è “Nobody tries”, col suo ritmo involontariamente dispari, un strofa sola, lunga e vitale e un paio di chiamiamoli ritornelli corali ed esuberanti che non ho ancora capito perché mentre nascevano pensavo a Bruce Springsteen, senza che abbia mai ascoltato Bruce Springsteen. In mezzo, a far da collante, un mellotron in versione violoncello (tipo gli archi orgogliosamente finti di Mellon Collie) e la tromba (ho detto tromba, sì) di Ale Tumscitz che ha molto a che fare col discorso del viottolo e del panorama nuovo tutt'intorno che accennavo poco fa.

C’è “Awoken”, con quel genio del Turro che l’ha legata per sempre a doppio filo con Street Fighter 2, tanta voglia di suonarle tutte, le nostre corde. Storia lunga che parte dai Morphine e passa da Lenny Kravitz. Ma qualcuno diceva che la chiave è prendere la mira e mancare il bersaglio. In questo senso, siamo inarrivabili.

Gather grapes” è forse la più vecchia, la suonammo anche al primo concerto dopo l’uscita di “It’s all about to tell”, non è cambiata molto, ma la versione del disco ha un finale, ma un finale, ma un finale…

Credo che il manifesto del lavoro tutto possa essere, idealmente, “Second chance”. Ma non per il titolo e nemmeno per il testo. Figuratevi che le parole c’erano già nel 2008. È proprio l’ignoranza dell’arrangiamento, la chiave di tutto. Nessuna pretesa di fare la storia, nessunissima ricerca del ricercato. “Muovete le chiappe e fate l’amore” diceva Perry Farrell nel ’97.

Detto questo, non è che siamo diventati i Sex Pistols, sia chiaro. Oddio, non mi dispiacerebbe nemmeno più di tanto (tanto non sono il bassista), però non è così.

Non sono tutte ghigne e schitarramenti. Anzi. Sì, ok, “Graveyards” a un certo punto ha fatto saltare sulla sedia Prince Germain, che ci ha detto “Oh, adesso non esageriamo, che finiamo a fare i Finley!”.

Ma il M° Penna, che ha contribuito al disco molto più dell’altra volta, a un certo punto mi ha detto di stare attenti a non renderlo troppo cupo, ‘sto disco.

Perché c’è “Door selected” che viaggia di brutto, ma non è certo un episodio spensierato. Anzi. Le due voci che si rincorrono per tutta la durata del brano (connotato molto frequente in quest’album) raccontano di temi che si sono rivelati inaspettatamente vicinissimi all’attualità. E quindi di gioia ce n’è poca.

Invisible colours” rappresenta il primo brano dei Phidge in cui non ci sono chitarre. E rappresenta anche l’esordio di Jeffy December (Crazy crazy world of Mr. Rubik e Eveline) nel nostro disco. Il tempo passa, non si volta indietro e allora lo fai tu. Di questo parla.

Per evitare rischi di suicidio per Jeffy, gli abbiamo dato spazio anche nell’elegante “Hot water beach” che segna l’esordio di Nick in veste di compositore di liriche e parti vocali, che a Dodi ricorda gli Stone Temple Pilots e a me i Fun lovin’criminals. Vedete voi.

Da “Blind diving” c’è il rischio che salti fuori il titolo dell’album, ma non si sa ancora. Sono i miei 3 minuti di gloria (?) vocale e l’ovvietà di un chitarra e voce blackbirdoide è intralciata dal synth del Maestro Penna. Me la sono cavata con poco nella descrizione di questa, ma se è da qui che può venire fuori il titolo proprio un riempitivo non sarà.

A mio modestissimo parere, i cardini del tutto saranno “Our lungs are blind” e “Card with a wish”.

Nella prima forziamo il blocco di quello che siamo stati fino a oggi, nel tentativo di raccontare un incubo che si rivela realtà. “Card” è l’ultima lettera a Babbo Natale, scritta da chi non ci crede più, ma non sa che altro fare.

Questa non è la tracklist, dato che nemmeno quella esiste ancora.

Però quello di cui siamo abbastanza certi è che il disco finirà con l’uno – due “On the whole” – “@ the end of the day”.

On the whole” è una dichiarazione d’amore a quello che amiamo fare. Anche se finisce con un’invettiva.

@ the end of the day” è una sorta di reprise. Fate conto che il disco finisca alla traccia precedente e che qui si apra un’inattesa finestra sul dopo. Un po’ come quando da cinno mi capitò di vedere una puntata inedita dell’Incantevole Creamy in cui Yu non era più Creamy e il dono era passato a un’altra ragazzina che faceva la ballerina. Un prosieguo appena accennato, vago e del tutto inatteso.
Sotto l’egida del jazz.

Non so come si chiamerà, non so quando uscirà, ma dentro c’è un mucchio di roba. Di lavoro, di chilometri, di ripensamenti, di scavi interiori, di ore, di soldi, di voglia. A ripensarci, sembra impossibile.

Non a noi.

lunedì 7 febbraio 2011

Tutte cose a cui tu non dovresti badare più

I trip che mi fanno esitare, il continuo avantindietro incerto dello scrivo/non scrivo. Perchè un po' non mi va, un po' mi prende male far la figura di quello che scrive la paginina strappalacrime alla mamma morta, un po' ho altro da fare, un po' "chissenefrega di scrivere su un blog". Tutta roba a cui tu non dovresti badare più. Oggi è l'anniversario dell'ultimo giorno che hai trascorso qui. Non dev'essere stato granchè; per quello che ne posso capire, stavi praticamente facendo trasloco (non la tua attività preferita, ma dai, dovrebbe essere stato l'ultimo) e qui ti erano rimaste poche cose ormai. Il corpo era andato e anche degli imballaggi della mente non avevi lasciato molto. Era già tutto inscatolato e per lo più spedito e con te avevi tenuto solo il beauty, quelle tre cose che dovevi tenere a portata di mano fino all'ultimo. La capacità di capire che io ero lì con chi voleva starci fino alla fine, con te. E quella punta di sarcasmo irresistibile che, malgrado tutto, ti permetteva ancora di dare del demente a chi se lo meritava. Anche solo alzando quel che rimaneva di un sopracciglio. Sei riuscita a farmi ghignare e a farmi ammirarti anche così. Solo col beauty rimasto fuori dagli scatoloni. Parlando col Greco (non l'hai conosciuto), tre mesi dopo che te ne eri andata, mi disse che aveva saputo e che capiva come mi sentivo, dato che per lui era stato lo stesso, sei anni prima. Mi disse anche che, per quanto il tempo potesse passare, il culo non smette di tirarti mai. Prima di tutto, voglio dire al Greco che lo ringrazio per quelle parole e per quel gesto, carinissimo: era la prima volta che ci rivedevamo, dopo che lo avevamo cacciato dal gruppo e poteva pure non cagarmi, tutto sommato. Invece fu davvero commovente la sua sensibilità e la sua gentilezza. Grazie. Va detto che poi cose come questa affratellano abbastanza. E' come un franchising del dolore: puoi non conoscerti neanche, ma se qualcuno ha addosso il logo della perdita di un genitore, tu con lui hai un canale diretto. Ecco, il Greco aveva ragione. Non avevo dubbi, ma adesso me lo sento addosso, di continuo. Non smette mai. Oh, mica per fartelo pesare! Nemmeno ne avessi colpa tu. Però devo dire che un anno non è che abbia scalfito granchè dal monolito terrificante dello strazio che resta per me la tua sparizione. Carmelo Bene, parlando dell'amplificazione, diceva che quando un suono è troppo forte è come un quadro guardato col naso appiccicato alla tela: non vedi niente, non senti niente. Ci vuole la distanza. E riconsiderare il tutto a distanza di un anno è poco. Non so tracciare il profilo della cosa, non vedo bene il colore, non vedo la forma, non vedo cosa c'è attorno e oltre. Non vedo niente. E comunque non scrivo per raccontarlo. Ho detto più di una volta che è come se mi fosse esplosa una bomba in bocca e non fossi morto. Ok, sono ancora qui, ma non aspettatevi che senta i sapori. Quello che mi tormenta un po' è accorgermi di come tutto quello capitato in quest'anno abbia un che di terribilmente logico. Quasi un meccanismo. E' veramente come se tu avessi fatto spazio a me e io mi fossi incastrato in una serie di contesti in cui non mi sarei potuto incastrare senza la tua partenza. Parlo di tutto, dagli aspetti meramente materiali a quelli che lo sono meno. La casa, i soldi, il lavoro, le prospettive. E anche come sono io, il fatto che probabilmente non avrei potuto affrontare niente di quello che è arrivato dopo se non avessi avuto in dote quello che la tua morte mi ha dato subito: le spalle scoperte, le rotelline della bici che saltano via. Senza paracadute. E questo mi secca perchè si presta a una lettura tipo: "Tua mamma doveva morire perchè tu - finalmente - diventassi uomo del tutto". Più mi accorgo di quanto non faccia una piega e più mi girano i coglioni. Tutte cose a cui tu non dovresti badare più, questi attorcinamenti della testa di chi è condannato a stare qui e non riesce a fare a meno di farsi delle pippe, tipo quella che ti ho raccontato e tipo quelle che mi sto facendo adesso, che non so più cosa dire e che sono sempre più infastidito dall'idea di dovermi curare di questa pagina e di come suonerà nel suo insieme. Vorrei che leggessi solo tu e invece nessuno dei tre/quattro che la leggeranno saranno te e poi cosa cavolo sto a pensarci che blablablablabla Mio padre mi ha detto di far dire una messa per te, domani. Nel suo...essere lui è anche un gesto carino. Non succederà, ovvio. Perchè non c'è pericolo che mi debba servire di alcunchè per non scordarti e perchè se gli altri vogliono ricordarti, personalmente, vorrei che lo facessero per conto loro e non perchè io sono andato a tirarli per la giacca, menandogliela con l'anniversario di quando hai finito il trasloco. E non vorrei mai che tu diventassi una specie di ricorrenza. Come Gilles Villeneuve in una delle tue più fenomenali gag; ti ricordi? Era la prima volta che venivo a contatto col concetto di morte, dopo lo spaventoso incidente che gli era costato la vita. Non capivo cosa capitasse dopo e ti chiesi: "Ma Villeneuve cosa fa, adesso?" e tu, scoprendo che gli era subito stata intestata una strada, mi dicesti: "Il viale". Ecco, io di farti fare il viale non ho nessuna intenzione. Mi farà piacere se ti ricorderanno, ma non sarà mai qualcosa che farà la differenza per me. Sabato ho visto Vito al Duse, ha fatto la seconda puntata della commedia del prete. La Marisa muore sotto un pullman. Lui attacca la foto di fianco al camino e si mettono subito a parlare, come col cardinale. Eeeh, mamma, magari funzionasse così. No, al Duse non l'ho visto. Non sono andato a chieder niente a nessuno, ancora. Ma mica per eroismo! Non sono nè un eroe nè un orgoglioso. Solo, per ora, fortunatamente ce l'ho più o meno fatta con quello che riuscivo a fare da solo. E non mi è parso il caso di andare a far pena in giro, facendo leva sulla commozione per quello che ti è capitato. Col tempo poi son cose che svaniscono e forse i crediti accumulati sulle frignate scadono. Ti dico sinceramente, spero proprio di non ricorrerci mai. Questo mi hai insegnato. Questo mi hai lasciato scritto e io bado a quello. Perchè di te mi sono sempre fidato e non ho motivo di smettere. Qualche settimana fa ho fatto una specie di cortometraggio in cui dovevo piangere e, nonostante abbia pensato a tutte queste minchiate strappalacrime portatemi in dote dallo stillicidio del tuo trasloco, non mi è riuscito di cacciare una lacrima...dilettante. Abbiamo quasi finito un nuovo disco che è pieno di mie frignate su questo schifo di te che ti tocca di andartene. Devo dire che non posso per nulla lamentarmi di quelli che mi hanno circondato e mi circondano, ma ho capito a fondo cosa intendeva Bono quando a suo papà morente diceva: “Non lasciarmi qui da solo”. Perché, affetto o non affetto, è comunque proprio così che ho cominciato a sentirmi l’8 febbraio scorso e non credo proprio che smetterò. Non è un fatto di compagnia, è proprio un olio essenziale di solitudine che uno si installa dentro quando capita una roba del genere e credo che ce lo si porti dietro in eterno. Forse è anche utile: se sopravvivi a una cosa del genere e tolleri il portartela dentro, come minimo, sei una gran cartola.

Sono una gran cartola, mamma! Grazie a te, che ti sei beccata questa specie di stupro patologico, io ho imparato a convivere con uno schifo atroce e questo fa di me un figo del 32. Tipo Rupert Sciammenna.

Questo (h)umor nero fa parte della dotazione. E quasi subito ho cominciato a pensare che se mai scriverò un libro (e credo proprio di no, se no poi mi toccherebbe anche leggerlo) si intitolerà “Alla fine aveva ragione Giangi”.

Solo perché “La versione di Giangi” non è più disponibile.

Anche lui parla sempre di te.

Probabile che il disco si chiamerà “We never really came back”. Te lo traduco, nonostante l’esame di inglese che avevi superato: “Non siamo mai tornati davvero”.

Non che volessi parlare di te, è la frase di un pezzo che ho scritto ad agosto del 2008, quindi al di sopra di ogni sospetto.

Però se penso a te, un delle (7000) cose che mi vengono in mente è anche qualcosa del genere. Tipo che non te ne sei mai veramente andata. Oppure può essere qualcosa che ha a che fare col dopo. Sì, io ci credo, ma talmente tanto che non me ne frega poi niente se qualcun altro non ci crede e non muoverò un dito per convincere nessuno. Io l’ho detto e, a volerci guardare, è talmente evidente, che se poi uno vuol dir di no, ok, padronissimo. Peggio per lui.

La presenza, l’assenza, il dispiacere, i ricordi e l’amore, così forte che è quasi capace di materializzarti qui di nuovo, nonostante tu sia morta, qualsiasi cosa significhi.

Concetti un po’ fiacchi per una paginetta strappalacrime sulla mamma morta, lo so.

D’altronde sono tutte cose a cui tu non dovresti badare più.

giovedì 11 febbraio 2010

Pinocchio


Non è che il Pinocchio di Benigni mi faccia impazzire.
Anzi, se posso, devo dire che è proprio Benigni che non mi fa impazzire. Cioè, capiamoci, "La vita è bella" è un episodio di indiscutibile valore e "La tigre e le neve", probabilmente, ha il suo unico difetto nel fatto che viene dopo "La vita è bella".
Però tutto il resto..insomma...quelle atmosfere un po' a metà fra Fellini e Nichetti dei film anni '80/'90, "Johnny Stecchino", "Il mostro", "Il piccolo diavolo"...mi è sempre parso che credesse di valere molto di più di quello che valeva.
E anche da quando si è reinventato intellettuale, con le lecturae Dantis e compagnia, non è che mi convinca mai del tutto. Quelle dantesche sono interpretazioni interessanti, dà alla Commedia un tono di fondo intriso di stupore che i suoi più celebri predecessori raramente avevano saputo trasmettere.
Però mi pare che, di fondo, traspaia sempre che Benigni celebra per prima cosa Benigni.
E in Pinocchio, per me, esagera.
Io ho come riferimento Carmelo Bene e quindi, sia riguardo Dante che riguardo Collodi, è ovvio che tanto d'accordo col folletto di Vergaio non posso andare. Ma nel Pinocchio benignano mi pare si sia un po' tirata troppo la corda. Una recitazione, più che un'interpretazione, la sua. Ampollosa, autocompiaciuta, pesante senza essere barocca, ridondante senza arrivare al manierismo, insomma, come se avesse voluto esagerare senza essere riuscito ad eccedere. Come voler fare il White album senza avere nè Blackbird nè Happiness is a warm gun e Helter Skelter.
Però un aspetto incredibilmente riuscito, a mio modo di vedere, c'è.
Mi pare poco più che casuale.
Ma quando alla fine Pinocchio diventa un bambino, butta un'occhiata in un angolo della stanza e ci vede, accasciato, il corpo del burattino che era stato fino a poco prima.
E lì dice quel famoso: "Com'ero buffo, quand'ero burattino!", che se non è la chiave della vicenda, è sicuramente uno dei passaggi più cruciali di tutto il malloppo.
Bene, nel film di Benigni la sagoma del burattino, svuotato della vitalità, è di un impatto impressionante: si vede per pochissimi secondi, il tempo di lasciare a chi guarda un senso di straniamento, perchè è vestito come Benigni due secondi prima, è quello che era Benigni due scondi prima, però lo è senza esserlo più. E' tutto quello che era stato fino a poco prima che capitasse una metamorfosi spirituale tale che l'involucro si è svuotato di colpo, è lì nell'angolo, come un sacco vuoto, che non serve più. E non perchè Pinocchio è finito, anzi, volendo, in un certo senso, comincia da lì. Da dove finisce la favola e inizia a vivere. Poi Collodi ci ha raccontato la favola, ma la storia è fatta della favola - prima - e della vita - dopo.
La vita non si scrive, per questo l'autore ha scritto solo la favola, il pre-vita.
La vita non si scrive, per questo ogni biografia è immaginaria.
Guardi quell'inquadratura per pochi sencondi e hai una sensazione quasi di spavento, perchè, da finitissimo umano, percepisci che tutto quello che fino a un attimo prima era stato, non è più. C'è quasi sgomento. Che però Benigni tampona immediatamente, perchè se lo spettatore è lì lì per intripparsi con: "Oddio, è morto", il protagonista invece è accanto all'involucro svuotato e rende evidente il concetto per il quale quello è un involucro svuotato e basta. E non c'è mancanza di rispetto, nè null'altro.
"Com'ero buffo, quand'ero burattino!".
C'è quasi autocritica, forse autoironia, ma comunque lo spettatore può star calmo, perchè il burattino svuotato ti sembra Benigni morto, ma poi Benigni è lì di fianco, vivo e con un altro vestito, migliore e pronto a vivere. E allora non piangi sul burattino svuotato e non piangi nemmeno quando Pinocchio va a vivere, perchè il libro è finito. Al massimo, se proprio sei un inguaribile introspettore, ti chiedi quando toccherà a te, smettere di essere burattino e andare a raggiungere tutti quelli che son stati Pinocchio prima di te. E di Benigni.

Benigni che ringrazio.
Nonostante non mi piacciano tanto i suoi film (credo che, in qualche modo, se ne farà una ragione), nonostante non straveda per il suo ruolo di neo sapiente per grazia ricevuta, nonostante, in "Non ci resta che piangere", trovi molto più interessante il ruolo di Troisi.
Un altro che ha già smesso di essere burattino.
Grazie a Benigni per avermi dato quell'immagine.
Grazie a quell'immagine, per essermisi rivelata in questo modo, per avermi fatto pensare queste cose e per essere il mio appiglio.

Ciao mamma.

sabato 17 ottobre 2009

Troppo serio

Volevo beccare G per bere una cazzata e dirne due o tre. Mi sarei passato un'oretta in polleggio. La prima della settimana, fondamentalmente, dato che il mio nuovo lavoro, per ora, non prevede tempo libero che non sia quello per dormire. E non è una lamentela, intendiamoci. Uno fatto diverso da me userebbe queste righe per festeggiare l'aver trovato un'occupazione, in un momento in cui la probabilità di trovarla rasenta quella di vincere al superenalotto. Al punto che si sono pure inventati una lotteria che ti dà uno stipendio a vita (ma ce ne rendiamo conto?...no). Ma con la stessa convinzione con cui me la prendevo con l'occidente tutto per il meccanismo che mi lasciava, dopo 25 anni di preparazione, col sedere sull'asfalto, mi trovo ora a stare molto, ma molto calmo. Quasi scuro. Che l'asfalto non si è mica allontanato poi tanto. E comunque trovare da fare non è un traguardo. Delle due, è molto più simile al semaforo verde che alla bandiera a scacchi. E quindi. Ho attraversato via Rizzoli, poi piazza Mercanzia, via Castiglione, poi tornando ho fatto un po' di Strada Maggiore, via Zamboni e bona lè. E' un sabato sera di metà ottobre. Eh, me li ricordo i sabati sera di metà ottobre... Ma non erano mica così. Sì, è la sera che escono gli sbarbi. Ma noi non avevamo quelle facce lì. E non parlo di luce negli occhi, o minchiate simili. Parlo proprio dei connotati. I maschi soprattutto. C'è qualcosa che non torna. Poi ho capito. Hanno tutti le sopracciglia depilate e modellate. E i capelli scolpiti, con ciuffi rigidissimi che vanno da tre o quattro parti diverse. Sulla stessa testa. Qualcuno ha anche dei pantaloni con un taglio sartoriale oltre i limiti dell'improbabile e la cintura stretta attorno alle cosce. Il sedere è tutto fuori, coperto, a volte, da mutande con scritte a caratteri cubitali. Eppure ho la sensazione che siano già terribilmente demodè. Le ragazze hanno tutte gli occhi rossi. Ma molto rossi. Sono stratirate (mi riferisco ai vestiti. Adesso) e hanno gli occhi irritatissimi. Barcollano. Forse per i tacchi. Forse. All'inizio di via Castiglione c'è un van della Municipale che controlla lo stato di lucidità di automobilisti e motociclisti a caso. Passo davanti a un bar, molto piccolo. Alle pareti finti affreschi finto rovinati. Seduti fuori 5 0 6 ragazze e un ragazzo con in mano delle palette. Credo che la gag con la quale credono di rendere indimenticabile la loro serata sia quella di dare i voti ai passanti. Sento che di me dicono: "troppo serio...". Beh, grazie. Poteva andare peggio. Dentro al baretto c'è M. Mi abbraccia fortissimo e mi bacia tre o quattro volte. Ragazzo divertente, M. ma gli altri non li conosco. Tutt'intorno ragazze con gli occhi rossi e apertissimi, nemmeno eleganti. Sono proprio vestite come se stessero per entrare in scena. M insiste perchè aspetti T con lui, ma è tardi. Domani devo lavorare. Esco, attraverso un folla di ragazzini...che poi, a pensarci bene, nei miei mezzi ottobri non eravamo mica così tanti in giro per strada alle undici e mezza. Continuo a pensare alle parole di quelle ragazze. "Troppo serio...". Forse hanno ragione. Ma non mi manca niente. Nel senso del sentire la mancanza. E non parlo di nostalgia, di tempo perduto e Proust, Max Pezzali e Jack Frusciante. Forse sono diventato inadatto. Forse le undici e mezzo di via Rizzoli non sono più adatte a me. Queste undici e mezza. Perchè, mettetevelo in testa, io sono quello che c'era prima di voi e che ci sarà anche quando voi ve ne sarete andati. Ma questa non è roba per me. Domani lavoro. E anche dopodomani. Allora è meglio che vada a letto. Anche perchè G non risponde. Chissà dov'è.

giovedì 8 ottobre 2009

di tutto cuore


Con buona pace dell'ottimo Orwell, se penso al 1984, la prima cosa che mi viene in mente è un synth. Subito dopo c'è la faccia di Eddie Van Halen che con un ghigno beffardo mi fa notare che a tracolla ha la sua abominevole chitarra rossa striata di giallo, ma le mani scorrono sul synth di cui sopra e lui sta intessendo il tappeto sopra al quale David Lee Roth blatera quelle 4 minchiate che mi mandano ancora giù di testa, dopo 25 anni.
1984 era il titolo dell'album che conteneva quel pezzo, "Jump". Una rivelazione, in un certo senso.

Ancora.
Nel 1984 un gruppo post punk (o pre new wave. Scegliere) si rinchiudeva in un antico castello con il genio dell'ambient e ne cavava fuori un mazzo di brani che qualcuno anni dopo definì "rock agli acquerelli". Nel mazzo c'era un pezzo in cui il cantante solista urlava "In the naaaaaame of love". Un'altra rivelazione.
Un anno di apocalissi, se ci mettiamo anche che fu allora che conobbi per la prima volta il mondo della scuola (se bypassiamo l'asilo). C'era Aurelio Forgione, col suo petto villoso da cui spuntava una catena d'oro. La mia cartella azurrina con una fantasia ispirata ai recentissimi videogames (adesso varrebbe miliardi) e l'Annarita Campagna, che si occupava, più o meno, di matematica e che dopo una settimana ascoltò allibita il mio fantastico compare Sandro Papa che le chiedeva "Maestra, ma tu di che sesso sei?".
Andare a scuola mi ha sempre fatto soffrire come una bestia. Non c'è stato un giorno, in quei 5 lustri, in cui non abbia stramaledetto il sonno che avevo, la paura dei compiti in classe che mi braccava e la zero voglia che avevo di vedere 30 cristiani di cui, in condizioni normali, non me ne sarebbe potuto sbattere di meno.
Non c'è stato un giorno in venticinque anni che non abbia trovato repellente.
Bugia. Gli ultimi giorni di scuola, in effetti, mi piacevano.
Ma siamo a 25 mattine "sì" contro circa 1000 e passa risvegli "no".
Mi sono stragirate le palle più di mille volte. In più di un migliaio di occasioni mi sono sentito assediato da chi, appartenendo, senza pietà, al mondo dei grandi, mi ripeteva che quello era il mio lavoro. E nessuno si è mai accorto di quanto avessi ragione nel ribattere "ma a me mica mi pagano!".
Ridevano, tutt'al più.
Ma io mica scherzavo.
Mi si diceva che investivo sul mio futuro, che era meglio quello, piuttosto che andare a lavorare e rimanere ignoranti.
Che per diventare importanti si doveva fare così.
Quello scherzo della natura del preside del mio liceo fra il '92 e il '97 ci ripeteva che noi saremmo stati la classe dirigente del futuro.
Ignaro, o forse noncurante, del fatto che non ci sarebbe stato nessun futuro da dirigere.
Quanti calciatori ho sentito dire "Eh, avessi studiato...sarebbe stato meglio, ma me ne rendo conto solo adesso...".
Allora io mi domando: è uno scherzo, o cosa?
Guardate, se state pensando che questo post non è scritto granchè bene e che è deludente rispetto agli ultimi, vi fermo io: smettete pure di leggere.
Perchè qui non si fa della letteratura.
Non si fanno le belle pagine.
E nemmeno la poesia.
"Cosa si fa?", potrebbero chiedere alcuni.
"Niente, ripeto, andate pure", rispondo.

Per chi fosse rimasto: diamo un nome e un cognome ai discorsi.
La pippa iniziata nel 1984 è finita un paio di settimane fa.
Elementari, medie, liceo, università, master.
Che segno hanno lasciato?
Un sacco di soldi in meno e una certa abilità nel fare i temi.
E basta.
"Prendere quel pezzo di carta", si diceva una volta.
Io sembro un rappresentante della Fabriano.
Ma posso dirigermi solo al macero.
Adesso che ho tutte le specializzazioni della Terra, che ho dato retta per filo e per segno, fino in fondo, a tutti quei grandi che dicevano "studia, che è meglio", adesso che ormai sono grande anch'io, esco da scuola, busso ai "lavori" e sento le voci dei grandi che dicono "non c'è posto, i tuoi studi non servono a niente".
Amici, lo scherzo è bello finchè dura poco.
Non verrà mica fuori che ho smadonnato dall'84 tutte le mattine per niente, eh?! Non sarà mica che so il paradigma di Fero sia in latino che in greco (che tutti e due hanno il tema del perfetto troppo diverso) per l'anima di 'sta ceppa!??! Non mi sarò mica sorbettato migliaia di versi di Betrand De Ventadorn per sentirmi dire che tanto della filologia romanza non frega una mazza a nessuno!??!!
No, perchè poi sarei costretto a farvi notare che io l'avevo detto subito, che lasciare 40 ore su "Chantars no pot gaire valer" forse non era il più geniale degli investimenti sul futuro!
Cioè, adesso non venitemi a dire che avevo ragione io.
Non ditemi che anni di Guittone d'Arezzo, trigonometria, ritratti di Romney, Prigioni morente, etimologie di Templum in Lucrezio, Finzi - Contini, Gerardi Segalelli, stanze per la Giostra, Comuni di Parigi, isole di Arturo, isoglosse, posti delle fragole, campi Fenectani, serpi Kundalini e incastellamenti, vengono buoni solo per avere un elenco sufficientemente lungo per mandarvi tutti a cagare!?
Non salterà mica fuori che 12.000 euro era meglio metterli in Gin Tonic, che almeno me ne andavo felice!?
Perchè, ve lo dico di tutto cuore, mi seccherebbe.

giovedì 17 settembre 2009

Funerale del c.d. Occidente


I terroristi hanno ucciso in un attentato i nostri soldati in missione di pace.
In una frase del genere non dico che ci sia tutta, ma sicuramente c'è un bel po' dell'epoca che stiamo vivendo da una cinquantina d'anni a questa parte.
All'inizio di quest'epoca i bambini giocavano fra le macerie e si divertivano a tirare i tappi contro il muro. Celentano cantava del bagno in casa come della frontiera che solo a certi fortunati riusciva di conquistare e ci si sentiva in crescita esponenziale perchè si costruivano automobili.
Dieci lustri più tardi si va in giro con l'aria di chi vive nella più impeccabile delle avanguardie.
Col piglio di chi ci ha sempre vissuto e di chi non smetterà mai.
Avanti da per sempre. A colpi di Suv.
Guardiamo alle immagini di repertorio e ci sembra tutto sciatto e lontano. Che non ci riguardi. No?
I documentari del Luce al massimo ispirano qualche filmetto pseudo ironico che vorrebbe far ridere.
I cinegiornali ci sembrano film di Fellini, mentre davanti alle immagini di Moro nel baule, di quello che non riuscì a salvare Alfredino, del maxiprocesso alla mafia, proviamo solo l'imbarazzo per quanto era scarsa la qualità delle nostre telecamere. E davanti alle basette di Roberto Savi, ai vestiti della gente ai funerali di Falcone non riusciamo a non notare quanto la moda di adesso ci renda infinitamente più giustizia.

Excusatio non petita: sono qualunquista quanto e quando mi pare, mi spiego?

E, guarda, non vorrei esserlo.
Ma a volte non riesco proprio.
Mi capitò di esplodere su un altro blog tipo tre anni fa (e ringrazio ancora FM di aver ripreso un passaggio del mio strippo per il suo profilo su Fb, mi ha reso molto fiero, anche se non te l'ho mai detto).
Un po' di esplosioncina ce l'ho anche adesso.
Che mi ritrovo nel magma di una sedicente nazione i cui governanti inneggiano al falò della bandiera come al cannoneggiamento delle imbarcazioni dei forestieri. Che quelli che cercano una cura per le malattie vengono fatti lavorare gratis e Lapo, Noemi e una troia del presidente del consiglio vengono premiati, fotografati, innalzati, blanditi e vezzeggiati.
Che meglio lavori e meno ti vogliono, perchè sennò gli tocca pagarti. Che se sei un infermiere ti triplicano il turno, ma se ti riesce ti prendere bene a calci la palla ti danno centomilamilioni all'anno e poi comunque hai anche diritto di menare i fotografi, perchè, insomma la pràivasi... che Io leggo la biografia di Simona Ventura perchè lei è una donna che ce l'ha fatta... che si fa il mutuo per andare in vacanza e si ritira dal postamat per l'aperitivo, che si va per le università con lo stesso piglio con cui si frequentava l'asilo ai miei tempi. Che si sostiene che una madre coi documenti che non ci piacciono non abbia diritto al proprio figlio. Che si riforma l'istruzione per imbellettare le statistiche e pazienza se si manda in malora quel paio di generazioni, che non ce ne vorranno...che le madri buttano le figlie nei torrenti, se no poi la velina non la si fa più. Che pulirsi il culo con i disegni delle margherite costa come 10 Kg di patate.
E che, comunque, se sei il primo a dire "ne esco" e poi lo fai pure, tutto e tutti, TUTTO E TUTTI ti fanno terra bruciata intorno da subito.
Siamo diventati capaci di credere che valga la pena farsi un'opinione su quale dei concorrenti di X Factor meriti di più una carriera di intrattenitore.
Noi te-le-vo-tia-mo!!!!
Siamo diventati capaci di preoccuparci di come piegare un pezzo della nostra giacca, di metterci o non metterci una certa spilla anni '80.
Sappiamo digitare un sms in 20 secondi, ma non abbiamo il coraggio di rivolgere una domanda a voce.
Sappiamo il significato di "digitare" e "sms", ma per l'Abruzzo c'è chi parla e riparla di movimento tellurGico.
Siamo certi di avere la migliore delle opinioni possibili sul fenomeno Facebook...sappiamo avere opinioni su Facebook...
Noi giudichiamo, di continuo
Che se c'era una cosa che si era raccomandato di non fare, era quella!
La nostra mela..il giudizio
Sputiamo su Dio, sulla croce, sull' Islam e sulla spiritualità e ci irroriamo di secrezioni al primo cialtrone che blatera di Cakra, NewAge, Karma e reincarnazione.
E nessuno ha ancora capito che il concetto di Grazia sta a quello di Karma, come Jimi Hendrix sta a Eric Clapton.
Forse avevano ragione i Laghetto, quando dicevano che il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo sono in perenne svantaggio rispetto alle religioni "orientali", perchè non hanno un'arte marziale.
Tutti con la coda di paglia, pronti a credere che basti avere in uggia il clero per potersi dire anti Teisti. Per non dire atei.
Come se esistessero veramente poi, gli atei.
E poi appena a uno scappa detto Dio, ecco il ciarpame, ecco le battute, le gag, le arguziette...però nessuno tace indifferente, a meno che non glie lo si faccia notare.
Tipo adesso.
Ecco chi siamo diventati.
Ecco chi SONO diventato.
Io che quell'11 settembre famoso, quando seppi che dagli Usa avevano fatto partire un F16 in ricognizione, si sa mai che arrivassero altri aerei (?), provai una specie di moto d'orgoglio.
E mi resi conto che Maverick non era solo un fumetto incarnato dal più irritante attore di sempre.
Ma era un opuscolo, una direttiva, un memento per gli anni a venire.
Io che ci sono dentro come pochi.
Alle telecamere, al ciarpame, alle giacche (oddio, quelle poi neanche tanto), alle code di paglia, ai giudizi, alla convinzione che siamo nel meglio da per sempre.
Io che spreco il mio sdegno sulla rete una volta ogni due/tre anni e poi sono a posto.
Che critico le regole, ma non le cambio.
E che ci ho messo 31 anni a sentire quanto allucinantemente tragicomica suonasse una frase come: "I terroristi hanno ucciso in un attentato i nostri soldati in missione di pace".

Cosa abbiamo fatto...

mercoledì 2 settembre 2009

Love in september


Non è difficile darmi del nostalgico.
Lo sono.
Ma un po' ci terrei a che mi si credesse, se vi dico che quello che vado a scrivere adesso non c'entra col frignare perchè "era più bello prima".
Anzi, è proprio un non-scenario senza tempo, quello che mi attraversa la testa.
Oggi, come tutte le volte che l'estate scavalla in settembre e mi constringe a far il miglior viso possibile ad un gioco che non mi è mai piaciuto, nè, verosimilmente, mai mi piacerà.

Intanto devo ammettere che quella canzone di San Remo che dice "d'estate muoio un po'", alla fine, mi piace.
State attenti, Sant'Iddio, ad andarmi a ravanare, con certe vocali lunghe, con quegli archi e quei giri armonici così tenui e azzeccati...state attenti, vi prego!

Non mi è mai piaciuto il periodo che accorcia la luce e che spinge verso quel merdosissimo cumulo di settimane marroni che chiamano autunno.
Lì di bello non c'è quasi mai niente.
Compierci gli anni, fra l'altro, mi ha sempre messo a disagio.

Il fatto è che se riusciamo a estrapolare settembre dal suo contesto, a togliergli il prima e il dopo, il da dove viene e il dove sta andando, se lo mettiamo in quello che i matematici chiamano "valore assoluto", ecco che mi tocca pure ammettere che settembre è un bel mese.
Ha il ritmo di un incrocio fra maggio e giugno, a dispetto di agosto che col suo caldo svergognato mi ricorda sempre una specie di maraglio abbronzato, grasso, con la camicia aperta e i peli brizzolati da cui spunta un catenone d'oro. Ah, con lo stecchino fra i denti.

Ecco, settembre non è proprio così.
Ed è un mese interessante. Un mese che può esserlo, quanto meno.
Se solo mi riuscisse di soffocare questo magone atavico che nel nono mese mi fa venir solo voglia di frignare perchè il bel tempo finisce.
Una volta piangevo perchè finivano le vacanze.
Adesso piango perchè non sono mai cominiciate.

Se invece la smettessi di piangere, potrei provare a raccontarvi di cosa volevo parlare adesso, che invece alla fine non ho ancora cominciato.

Nel 1995 comprai il mio primo disco degli U2. Un live dello Zoo tv.
Era primavera. Mi portai il cd al mare, a Riccione e cominciai a notare quel pezzo, One, che tutti quando si diceva "U2" la menavano con 'sta One e io nemmeno sapevo di cosa si trattasse. Carina.
Andai a Linosa in vacanza, si schitarrava e io accenavo One, di cui non conoscevo il testo.
Ma mi piaceva come suonavano certe parole.
Tornai a Riccione e comprai Achtung baby, il cd che conteneva la versione originale di One.
Ma del disco mi colpirono di più altri brani.
Anzi, più in generale, devo dire che me ne colpì l'insieme.
Sonoro e immaginifico.
La volata glie l'aveva lanciata la gita di marzo.
Con la scuola eravamo andati a Praga e un mio compagno di classe non faceva che menarla con 'sto Achtung baby. L'Europa dell'est che si risvegliava, la Mitteleuropa e il suo immaginario intellettual-culturale...solo dopo mi sarei reso conto di quanto questa atmosfera mi avvolgesse, facendomi provare qualcosa che andava al di là del gradimento.
Achtung baby comprato a tarda estate fu come il richiamo di un vaccino, fatto 5 mesi prima sul Ponte Carlo.
Riccione si tinse del lugubre e beffardo buio fra il blu e il marrone evocato da Praga e Achtung baby.
E' rarissimo, ma quando il cupo e il buio riescono a sogghignare, c'è qualcosa di grosso in ballo.
In Romagna pioveva abbastanza, eppure a me veniva da ridere.

Tornai a Bologna, mi ribeccai con quei tre quattro regaz coi quali si andava ad affrontare il penultimo anno di liceo insieme (gran cosa, avere dei margini).
La scuola stava per ricominciare, ma attraversando via Rizzoli per guadagnare via Fondazza, prendendola da Santo Stefano, la luce carta da zucchero era ancora tutta sparsa su Strada Maggiore.
Era settembre, ma a me continuava a venire da ridere.
La scuola partì presto, l'11 mi pare.
Gran ghigne, alla ripartenza, sembrava quasi un galà.
So che il 12 a Modena c'era il Pavarotti international e io ci andai con un mio fratello, perchè là ci sarebbero stati Bono e The Edge (e Brian Eno), a presentare un pezzo scritto per Sarajevo.
Ero fan degli U2 da un quarto d'ora e due di loro mi si presentavano lì, a 30 km da casa mia.
Quel concerto fu un'esperienza strana. Era la prima volta che vivevo qualcosa con una tale intensità da non ricordamene quasi più, dopo.
Cioè, da averne un ricordo un po' onirico, un po' sfumato, diverso dai ricordi di espisodi standard.
Dopo mi ricapitò centinaia di volte, grazie a Dio.
Uno dei passaggi più sfumati fu quando Milly Carlucci annunciò che stavano per esibirsi dei musicisti straordinari che ci avrebbero regalato un brano speciale, cantato da una voce magica. Tradusse qualche verso del testo, ma io non mi accorsi di nulla. Mi riebbi solo quando il mio fratello mi strattonò gridandomi "One! One!", con gli occhi sbarrati, ricolmi di un senso di urgenza che mi fece riprendere giusto in tempo per piombare in una catalessi diversa, più partecipe, meno ebete, più estasiata.
Meno male che non sentii la Carlucci.
Che prima aveva tradotto il verso dell'amore come un tempio.
Ma io, che non avevo capito, continuai a canticchiarmi One nella testa per settimane.
E a quel punto del pezzo costruii un verso che mi suonava perfetto, perchè tutto tornava, con quello che mi succedeva intorno.
Un verso mai esistito, nel testo di Bono, che mi ha accompagnato negli ultimi 14 anni, ogni volta che agosto scavalla in settembre.
Che tutte le volte io spero che le cose vadano così, in modo che ricantarmelo, mi faccia pensare che quel verso ci sta proprio.
"You say, love is a temple...", canta Bono.
"You say, love in september...", veniva a me.
L'insperabile, ma vero.
Perchè vero lo è stato, una volta.
L'unico modo che ho di farmi coraggio, quando il maraglio abbronzato con la catena cede il passo al maggio/giugno in valore assoluto.
Perchè io lo so che settembre può essere bello...e sento che se lo prendi per il verso giusto ti può lanciare nel buio dell'autunno in una maniera fenomenale, dato che abbiamo anche scoperto che anche il buio sa sghignazzare...
ci vorrebbero più cieli, più carta da zucchero, più Bologna, un po' più di certa aria..ancora fartelli, fiducia
cose così
E allora, lo vedreste che vale la pena, cercare l'amore in settembre

martedì 11 agosto 2009

Nemmeno


In quel comunissimo tiramolla che caratterizza lo scorrere delle ere degli uomini, capita sempre che gli esemplari più recenti guardino a quelli meno recenti con divertita e scarcastica incredulità, apostrofandoli con concetti tipo "fa cose da vecchio, cose da sfigato che capitano ai vecchi e che io farò comunque in modo che non capitino a me". Sorvolo sulla demente vacuità del virgolettato, chi è recente non capisce una mazza per definizione e così sia.
Il fatto è che a me cominciano a capitare alcune di quelle cose che quando ero più recente vedevo capitare solo ai più stagionati. Non che io fossi un acceso sbeffeggiatore di chi stava qui da più tempo di me, ma tante cose proprio non riuscivo a spiegarmi come potessero capitare, perchè a me non ci andavano nemmeno vicino.
Commuoversi, tipo, giusto per riprendere quanto scritto l'ultima volta.
Ma non solo.
E' largo lo spettro di fenomeni che uno, di fatto, si guadagna con l'attraversare i giorni.
Oggi ho ansimato di fronte alla foto di una spiaggia.
Da recentissimo stare in spieggia era un avvenimento per prima cosa scontato, poi anche noioso, quanto meno lo starci sdraiato al sole, fermo.
Da un po' di anni, per la verità, fermo e sdraiato ci sto sempre meno e sempre più volentieri.
Ma la veste dell'impiegato (perchè per essere impiegato, quello, lo sono) che davanti allo schermo vede non ricordo nemmeno più cosa, tipo una pubblicità, su cui compare un Caraibo qualsiasi e ci sospira sopra, proprio non mi era mai capitato di indossarla.
E' stato caldo e lo sarà. Poi verrà il freddo e con lui l'ignoto.
Detto questo, non vi sognate nemmeno lontanamente che mi possa passare per la testa di mollare.
Perchè tanto lo so che è li che volete andare a parare.

sabato 1 agosto 2009

Campioni gratuiti d'eternità


Non l'ho mai capito, nè probabilmente, mi capiterà mai di caprilo, come funziona quel meccanismo che fa spruzzare lacrime quando si sente una canzone, o si vede un quadro.
Va detto che intanto sono veramente fiero del fatto che mi riesca.
Sono un po' pare del menga, ma fin da cinno io non lo capivo come si faceva a commuoversi e provavo invidia per chi ci riusciva. Non parlo del piangere, ovvio.
Nulla che abbia a che fare direttamente con la tristezza. O, meglio, col dispiacere.
Mi potrei addentrare in un pippone etimo-filosofico sul concetto di malinconia-melanconia-melancolìa e sul nero che ne salta fuori.
Non lo farò.
Però mi ha fatto venire in mente che comunque si tira in ballo il nero.
Quello che ho vestito per più di 10 anni. Ma non c'entra, era solo per sembrare magro. Con scarsissimi risultati.
Nero, dicevo.
Un meccanismo che ti fa fare un giro in una qualche zona nera.
E la conseguenza del giro sono brividi, pelle d'oca e lacrime.
Rievocazione?
Beh, potrebbe essere. Nel senso che questo spiegherebbe perchè da cinno non mi riuscisse di commuovermi: non avevo un passato che potesse riaffiorare.
Il fatto è che, quando la schiena mi si accorcia perchè la pelle mi si accartoccia, quando vengo pervaso da quella specie di flusso scintillante e granuloso che sembra proprio come un siringone di qualcosa che mi viene iniettato dal sacro al collo, quando, con un leggero ritardo, mi si infradiciano gli occhi, io non è che stia ricordando qualcosa.
Cioè, non mi viene in mente un ricordo che mi commuove.
Intendiamoci, mi capita anche quello, ma non è ciò di cui sto parlando ora.
Adesso mi riferisco proprio a quei casi in cui si viene sorpresi da questa specie di onda.
Che a me personalmente è come se spalancasse dei paesaggi che sarei pronto a giurare di non aver mai visto...è come uno sguardo su dimensioni altre.
E - giuro - non ho preso niente stamattina.
Sembra quasi un aumento temporaneo del livello di ricettività fra il mio piccolo me e l'oltre.

Io a Dio ci ho sempre creduto. E me ne sono sempre fregato del perchè.
Che importa conoscere le ragioni, quando ci sono le certezze? Lì diventano più interessanti altre domande, tipo il Come, il Come non...le teologia negativa è divertentissima, fino al suo esito nietzschiano, ripreso da Montale in quel "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo"...vabè, la smetto

Sono certo dell'oltre e lo chiamo Dio. Tanti, con me. Anche se forse non tutti parliamo della stessa cosa. Ma, a prescindere dalle pippe che ci facciamo qui, quello resta quel che è.
Con buona pace dei miei sproloqui.
E allora non riesco a non pensare che quegli squarci di oltre che mi arrivano via Bowie, Bono, Campana, Telecaster, De Chirico, Lennon, Dalì, Giorgione e via citando, non siano, in realtà, altro che gentili concessioni dell'oltre, che, ogni tanto, mi dà un assaggio.
Un po' come in profumeria, quando ti riempiono di boccettini di acqua di giò, ck one, j'adore...

Campioni gratuiti di eternità

Con la differenza che qui di mezzo non ci sono i soldi.
Non c'entra la finta gentilezza del "ti regalo 1 perchè hai speso 10" e non c'entra nemmeno la ruffianaggine del "ti regalo 1 perchè ti venga voglia di compare 15".

Ma d'altronde, potrei io credere in un Dio che si serve di strategie di marketing?

martedì 28 luglio 2009

Uno come me

Non mi sono mai drogato e ho fumato veramente poco. Ho smesso il primo luglio 1999 e comunque fumavo sì e no 10 Gauloises al giorno. A scuola non mi hanno mai bocciato nè rimandato. Ci ho messo un po' a fare l'università, ma mi sono ritirato solo una volta a un esame che obiettivamente non avevo preparato e per il resto, superate alcune difficoltà da disadattamento, ho mandato in porto una laurea quadriennale in lettere moderne con una tesi che mi rileggo tuttora perchè mi piace proprio tanto, su un poeta, Dino Campana, che vorrei tanto aver conosciuto e che mi ha regalato 7 e dico 7 punti alla discussione, facendomi scrivere 110 sul tabellone, il dì dell'incoronazione. Alle madri delle mie compagne di scuola sono sempre piaciuto tantissimo (alle compagne meno, ma questo è un altro paio di maniche) e sono pressochè incapace di mentire. Nel senso che quando ci provo, mi si sgama subito. Se dormo più del dovuto, mi sento in colpa, se mi sto divertendo un sacco a suonare e un vicino mi dice che la musica è troppo alta, alla fine, abbasso. E' veramente raro che abbia messo le mani addosso a qualcuno. Ma veramente. A volte faccio persino la spesa. Con i neonati e i gatti ho un talento fenomenale. Sono dimagrito e non ancora reingrassato, mi metto sempre la cintura, non bestemmio. Mi ricodo delle persone a cui voglio e ho voluto bene e prego sempre per loro. A volte anche per gli altri. Mi capita spesso di fare cose nel puro interesse del prossimo, senza guadagnarci nè aspettarmi niente. Mi ricordo tutte le declinazioni e molti paradigmi, sia greci che latini. Saluto in gaelico gli Irlandesi, in Gullah gli afroamericani in serbo croato e macedone gli ex jugoslavi. Sono una brava persona. Il fatto è che poi delle volte mi viene in mente un pezzo di Bowie. E prima di rendermene conto, mi ritrovo a sollevare il cranio spolto dal pianoforte, che fuori è già buio e sono sudato e in ritardo. E nemmeno ricordo come è cominciata, ma sono tre ore che ripeto strofe e ritornelli di Life On Mars? Sono senza voce e sto ridendo come un cretino alla fine di ogni strofa, perchè quando passa dal Do7 al La b e poi al La b 5+, me lo spieghi come si fa a restare serii? E dal Si b al Si 9, per tornare al Si b del ritornello?? Non è colpa mia se ogni tanto manco e il Duca Bianco prende le redini. Che poi era Ziggy. Anzi, per dirla tutta era in Hunky Dory (una copertina inqualificabile). Non ci posso fare niente se apro il piano dopo anni e non me ne stacco. E mi ci sfinisco su. E anche Sasha smette di miagolare e se ne sta lì accucciato di fianco, che quando smetto per un attimo lo sento che fa le fusa. Perchè ne sa, lui. E Bowie non può lasciare indifferente la più grande cartola siamese degli ultimi 15 anni, con tutto il rispetto che porto alle altre cartole siamesi. Non è colpa mia se tarderò, fra poco, all'appuntamento con l'illustre collega, che capirà. Se leggerà. Non ci posso fare niente, se ha messo strofe e ritornelli in quel modo lì, che la puoi far andare avanti in eterno, anche (e soprattutto) se le parole non te le ricordi. Che non era poi mica così bello il testo, alla fine. Ma tanto...che importa, parliamo di uno dei primi 10 pezzi di sempre. Non è colpa mia, se forse stavolta le lamentele dei vicini non le ho sentite. Non è colpa mia, se non ho ancora visionato i filmati da selezionare per il tg sportivo delle 18.55 di domani. Non vorrei che leggesse chi dovesse mai prendere in considerazione l'ipotesi di darmi di che vivere e pensasse che su di me non si può fare affidamento. Potete, non preoccupatevi. Visionerò i filmati. Continuerò a non fumare, a non drogarmi, a piacere alle mamme e tutto il resto. Tanto Bowie non ha poi tutto questo tempo da perdere, con uno come me.

domenica 26 luglio 2009

Buone notizie


Se provo a pensare a un giorno che sia trascorso senza che io abbia riso almeno una volta, non mi viene in mente.
Quindi, con un buon margine di probabilità, facendo statistica di me, posso dire che una delle poche simil certezze che ho è che, verosimilmente, domani riderò.
Ho la pretesa di credere che valga per tutti.
Per molti, dai.
Sono così poche, di solito, le certezze, che notare che questa sia una di quelle, mi pare una buona notizia.
E di buone notizie ce n'è un bisogno fottuto.

venerdì 24 luglio 2009

Highlander


Posso linkare e in un attimo vedete
Posso taggare e in un secondo risalite
Posso addare e in un momento vi coinvolgo
Tutto questo sapere alla portata di tutti senza che costi nulla, toglie incisività al tutto.
Da quando posso scaricare i video dei concerti, ne ho 3000 e non ne guardo mai uno.
Il VHS dello Zoo tv di Sydney l'ho quasi sciolto.
Non che debba costare soldi.
Ma fatica, sì.
I traguardi senza merito, mi pare non diano quel che valgono.
E infatti l'annullamento delle distanze nel gabbiano J.L. è favoloso, ma parliamo di un romanzo.
Di morte, essenzialmente.
Per avere le conoscenze dell'altro immortale, gli devi staccare la testa mentre lui cerca di staccarla a te.
(http://www.youtube.com/watch?v=jDaRCBXUnpw&feature=related)

appunto

giovedì 23 luglio 2009

Sting


Mi fa strano pensare che qualcuno legga tutto questo. Non è uno straniamento tanto intelligente, dato che ci può stare che capiti...sono io che lascio in giro i miei messaggi nella bottiglia, proprio nella speranza che qulcuno ci incappi. Mi fa piacere che ci si incappi. Non so perchè, ma mi fa piacere.
Narciso?
Sarà.
Ancor più piacere mi ha fatto la risposta di qualcuno, che si è detto colpito e commosso dalle mie considerazioni che ha trovato malinconiche. Ecco la mia risposta

Malinconico..sì, dai, quello lo sono sempre stato...ma senza lamentela, intendiamoci...direi che è proprio una venatura del mio modo di blaterare quello che mi capita di sentire.
Che è poi il reciproco di commuoversi quando lo vedi passare atraverso qualcun altro.
Per questo sentirmi dire che qualcuno si è commosso stando a sentire la mia malinconia, a sua volta mi commuove!
Perchè alla fine ci stiamo palleggiando la stessa fighissima cosa..non che ami citarmi, ma parlo anche di faccende come questa, quando dico "Sono certi scambi fra certe persone".
E se non è lamentela, ma solo sussulto, allora vuol dire che ci stiamo essendo, 'azzo, e ben venga anche questa specie di frignata a due...o a tre o a tutti quelli che gli va.
E' come un gran pezzo di Sting, che è sempre malinconico, ma raramente è triste.
Grazie per la tua commozione.
Non credo ci sia molto di stupido.
E anche se ci fosse, 'sticazzi
Tanto è così lostesso
Ed è una figata

domenica 19 luglio 2009

Peccato

I Jane's Addiction sono l'unico gruppo che io conosca che abbia fatto sempre e solo musica dionisiaca. Non dico loro, che dionisiaci lo sono, probabilmente. Ma credo lo sia anche Paris Hilton, che però musica dionisiaca non ne ha fatta molta. I tre album dei JA (Strays è controverso e io parlo dei tre album fino a Ritual) sono vari, ma tutti totalmente pervasi dal fremito dell'altra faccia della musica. Che è apollinea quasi per definizione. Tranne che in quei rari casi in cui qualcuno forza la logica di millenni di letteratura. Tipo i JA. Di tutto questo nessuno sa nulla. E anche se si sapesse, a pochi importerebbe. Ma vuoi mettere con una bella opinione sugli immigrati?

mercoledì 15 luglio 2009

Dare

Ero spaventato, stanco e impreparato Così Chris Martin nel 2002, così io fra 3 giorni dovrò far show della mia incompetenza in fatto di football americano, la stessa sensazione che mi attraversava prima degli esami per i quali non sapevo una mazza. Poco, pochissimo tempo, un mazzo così tutto il giorno, tutti i giorni. E va bene così, intendiamoci. Che ci sia un prezzo da pagare mi sta bene ed è anche giusto. E mi sta bene pagarlo, anche se è altissimo, ok. E' giusto. Il punto è che non so se uscirò dal negozio avendo anche comprato, o solo pagato. Vado alle prove. A vedere se ho ancora qualcosa da dare.