
A Bologna lo chiamavano Chiodo, per via del cognome, il cugino di mio padre. Era un campione di bridge. Anzi, era anche diventato il direttore del circolo di Bologna. Ma da tutta la vita amava trascorrere più tempo che poteva a Riccione, nella sua villetta dietro viale Ceccarini. Là per tutti era Poppi.
Era il classico bolognese a cui non puoi non volere bene. Alto, rotondo, godereccio e di una bontà sconfinata. La voce sempre rauca per via delle sigarette che fumava a nastro. Il profumo che lo circondava sempre, ma in maniera discreta.
Fu per via della sua storica amicizia con il padrone dell'hotel Flamengo che io finii a fare le vacanze lì, nel 1982. E non smisi più, fino al 2011.
Conosceva tutti lui, a Riccione. E quando seppe che il me di undici anni scarsi era perdutamente innamorato delle gesta del primo Jovanotti, che si esibiva regolarmente all'Aquafan, fece due chiacchiere col suo amico Elio, il proprietario dell'albergo e saltò fuori che il capoccia del parco acquatico della Perla Verde altri non era che un tizio con cui loro avevano fatto un'infinità di balotta, da ragazzini.
Andrea fece un lento cenno con la testa, per far capire che aveva capito, poi non disse niente.
Io avevo scoperto dell'esistenza di Lorenzo Cherubini un anno prima, quando, nel pieno del salotto ingessatissimo di mia nonna, dove alla tv si guardavano solo varietà nei quali Massimo Ranieri era ancora visto come un giovane, idolo delle ragazzine, vedere nel pomeriggio di Italia Uno un tizio che saltava nella piscina a onde urlando "1,2,3, casinoo!!!" mi era sembrato l'arrivo del Messia. E più tutti gli davano dello scemo, più io non capivo dove stesse il problema.
Ero rimasto senza respiro dopo averlo visto esordire a San Remo, mettendo a soqquadro il palco dell'Ariston, avevo le sue camice con le stelle, i jeans strappati e le mutande con la bandiera americana. Avevo appena finito le elementari e continuavo a credere che uno che diceva che fare festa è una figata non potesse avere torto.
Una sera mia nonna entrò in camera, a Riccione, con una faccia davvero strana. Cercava di non ridere, ma non ci riusciva. "Mi ha detto Andrea che stasera il tuo Jovanotti viene a fare uno spettacolo agli scivoli, là...ma è un segreto, perchè poi deve tornare in caserma...".
Era fine luglio e io caddi per terra.
La sera mi preparai in uno stato di trance. Andrea mi venne a prendere verso le dieci, quando normalmente stavo per andare in branda. Salii sulla sua macchina e per tutto il tragitto, che mi parve infinito, mi parlò dei Blues Brothers e di come, una volta in pensione, avrebbe voluto ritirarsi a vivere proprio lì, nella sua Riccione. Il tutto mentre il suo impianto sparava musica a un volume che mi pareva irreale.
Scesi dalla macchina e pensai: "Anche io voglio venire a stare a Riccione, quando andrò in pensione".
La discoteca ricavata nel cuore di quell'Aquafan, che allora aveva sì e no due anni, si chiamava Walky Cup, come il bicchiere di cartone da passeggio che la Coca Cola, sponsor di Radio DeeJay, stava lanciando proprio in quegli anni, pieni di hamburger, Vasco e Duran Duran.
Mi sembrava enorme, anche se alla fine non lo era.
Mi ero sistemato su una specie di ringhiera. Lorenzo, circondato da bodyguard e figure dall'aria seria, probabilmente piazzate lì dal geniale Cecchetto per far sembrare che avesse un'importanza superiore a quella autentica, arrivò verso le undici e mezza. Chiodo nero, RayBan a goccia, cappellino rosso, mutande americane. Qualche centinaio di ragazzini in delirio. Io in uno stato prossimo al nirvana che mi facevo pettinare dai bassi di "Latino", il nuovo singolo dell'alter ego house che Lorenzo si era inventato a inizio carriera e pensavo che in quello stato lì ci stavo davvero bene.
A fine show Andrea mi venne incontro con un sacchetto. Dentro c'era un gilet a stelle e strisce firmato "Jovanotti the man" e un foglietto con un autografo proprio del mio idolo.
Mi riportò in albergo e vissi i giorni seguenti come chi si chiede di continuo se sia successo veramente.
Ma lo shock non fu tanto per l'aver visto per la prima volta Lorenzo. O, meglio, non solo.
Quello che mi era rimasto addosso, assieme al gilet, era la sensazione incredibile di benessere che avevo provato, circondato da una folla festante, dalla musica sparata a un volume pazzesco, dall'odore del fumo della macchina del fumo, dallo sfrigolo dell'attesa, dalla sensazione di cosa che sta capitando quando lui era salito sul palco, dalla botta al petto di quando il gruppo si mise a suonare. Non ero sconvolto per il rumore, per la luce, per le voci. Ero strabiliato da quanto tutto questo mi avesse fatto stare bene.
La prima volta che vidi Lorenzo fu anche la prima volta che sentii che essere a un...boh, concerto, evento, spettacolo, fate voi, ma comunque a un live era essere in uno stato di benessere.
Passerò da presuntuoso, ma cosa mi frega: era il mio posto.
Da allora avrò visto un paio di centinaia di concerti, lo stesso Jovanotti l'ho rivisto (credo) tredici volte e su un palco (o qualcosa di simile) ci sarò salito...boh...altre 200? Una roba del genere.
È sempre uguale a quella volta là.
E quando vedo Jovanotti in me scatta una serie infinita di associazioni che io non mi ci metto neanche a provare a scardinarle per rendermi conto che adesso si deve dire che comunque è un radical chic del cazzo, che dice delle boiate e tutto quello che si deve biascicare per dimostrare di essere sulla stessa lunghezza d'onda di qualche blogger/stakeholder/opinion leader o che minchia altro non lo so, tutto sprezzante acutezza, sarcasmo intellettualoide e piglio stizzito di chi ritiene di essere ingiustamente meno considerato del mio regaz di Cortona.
Certo, può darsi che la consapevolezza che apparve in me quella notte di luglio di ventotto anni fa sarebbe arrivata lo stesso e magari farei lo stesso discorso anche se si fosse trattato di un concerto di Fiorella Mannoia a cui mi aveva accompagnato la maestra di matematica.
Ma alla fine è anche una questione di chi arriva prima.
È arrivato prima Lorenzo al Walky Cup. E ne sono tuttora felice.
Come sono felice di ricordare che arrivò prima Andrea detto Chiodo. Che però eravamo a Riccione, quindi Poppi.
Purtroppo non mi restano molti altri ricordi di quel ragazzone che una mattina del 1993 si accasciò sul volante della sua Thema, sui viali, all'altezza di Porta San Vitale. E non si svegliò più.
Perchè - e qui scatta la lacrimuccia - se no io 'sto week end l'avrei portato a Milano per vedere il negozio che ha aperto Jovanotti ieri, in occasione dell'uscita del suo nuovo disco.
E magari stavolta un gilet glielo regalavo io.
Il suo l'ho ancora, comunque.












