martedì 22 febbraio 2011

22 febbraio 2011

Allo stato attuale delle cose il nostro disco non ha ancora un titolo, una copertina e non sono nemmeno finite del tutto le riprese.

Però a me pare già che ci sia un bordello di roba là dentro.
Mi rifiuto scientificamente di dare qualsiasi tipo di giudizio, ma non posso negare che ho una grandissima voglia di far sentire a chiunque quello che siamo riusciti a tirar fuori dallo studio di Prince Germain.

A volte penso che fare un film sia un’impresa pressoché impossibile. I dialoghi, le scenografie, le riprese, campi, controcampi, carrellate, primi piani, le battute, la storia, l’audio, i costumi. Se ci penso, ho la sensazione di un monte di lavoro improponibile. Per la mia scala di valori, un film è impossibile.

E coi libri, più o meno, la penso uguale. Coi romanzi, più che altro. Non mi capacito di come si possa trovar da inventarsi un racconto che vada avanti per pagine e pagine senza scassare, più o meno, le balle. Anche quello, impossibile.

Poi penso a un disco e lo trovo possibilissimo.

Ma il monte ore di lavoro che c’è dietro non ha veramente niente da invidiare agli impossibili film e romanzi.

Non dico solo del lavoro in studio di registrazione. Che già quello è enorme. Ma per concepire il tutto. Aria pura, la musica. Materiale più o meno infinito che può prendere qualsiasi forma, purchè sia tu a dargliela. Può essere tutto e il contrario di tutto, perché se tu non ci intervieni, da capo a fondo, la materia allo stato puro non è altro che silenzio. Che storia!

Non starò a rimenarla da capo col fatto che adesso è tutto diverso nella musica dei Phidge, che abbiamo cambiato batterista e blablabla. Ma questo, ecco, va detto: è stato come ripercorrere indietro un gran pezzo di strada per tornare a un bivio al quale abbiamo dovuto ammettere che ci eravamo sbagliati e abbiamo preso l’altro viottolo, che va in tutt’altra direzione.

Oh, non vorrei che Simon si offendesse e credesse che gli sto dando dell’errore! Ci mancherebbe! Ma lui lo sa che io sono un feticista delle parole una dietro l’altra per il gusto di mettercele e stavo solo abusando di un’immagine che rendesse quello che cerco di blaterare, per carità.

Detto questo, cambia il viottolo e cambia anche tutto il panorama intorno. Forse ci sono romanzieri e cineasti a cui tutto questo parrà impossibile.

Uno può mettersi a fare canzoni così, cazzeggiando, buttandoci quello che si crede di sapere sulla musica e sui meccanismi coi quali si pensa di poter creare un pezzo. Ma funziona poco e male.

Poi cerchi i giri, le robe belle che suonano strane. Ma funziona poco e male anche quello.

Insomma – che poi mia moglie dice che la tiro troppo in lungo – arriva il momento in cui o smetti o ti rendi conto che può funzionare solo scavandosi dentro e guardandosi attorno. È lì che diventa dura, perché è lì che si inizia a fare sul serio. Non c’è più quasi nulla di casuale o artificioso. Ci vuole impegno e l’onestà di guardare a se stessi, per quello che si è e non per quello che ci si vorrebbe spacciare. Finiscono le pose. Può essere doloroso o, quanto meno, mettere a disagio. Ma può funzionare solo così.

Ecco, belli o brutti che siano, i pezzi del disco senza nome sono più o meno tutti così.

C’è “Nobody tries”, col suo ritmo involontariamente dispari, un strofa sola, lunga e vitale e un paio di chiamiamoli ritornelli corali ed esuberanti che non ho ancora capito perché mentre nascevano pensavo a Bruce Springsteen, senza che abbia mai ascoltato Bruce Springsteen. In mezzo, a far da collante, un mellotron in versione violoncello (tipo gli archi orgogliosamente finti di Mellon Collie) e la tromba (ho detto tromba, sì) di Ale Tumscitz che ha molto a che fare col discorso del viottolo e del panorama nuovo tutt'intorno che accennavo poco fa.

C’è “Awoken”, con quel genio del Turro che l’ha legata per sempre a doppio filo con Street Fighter 2, tanta voglia di suonarle tutte, le nostre corde. Storia lunga che parte dai Morphine e passa da Lenny Kravitz. Ma qualcuno diceva che la chiave è prendere la mira e mancare il bersaglio. In questo senso, siamo inarrivabili.

Gather grapes” è forse la più vecchia, la suonammo anche al primo concerto dopo l’uscita di “It’s all about to tell”, non è cambiata molto, ma la versione del disco ha un finale, ma un finale, ma un finale…

Credo che il manifesto del lavoro tutto possa essere, idealmente, “Second chance”. Ma non per il titolo e nemmeno per il testo. Figuratevi che le parole c’erano già nel 2008. È proprio l’ignoranza dell’arrangiamento, la chiave di tutto. Nessuna pretesa di fare la storia, nessunissima ricerca del ricercato. “Muovete le chiappe e fate l’amore” diceva Perry Farrell nel ’97.

Detto questo, non è che siamo diventati i Sex Pistols, sia chiaro. Oddio, non mi dispiacerebbe nemmeno più di tanto (tanto non sono il bassista), però non è così.

Non sono tutte ghigne e schitarramenti. Anzi. Sì, ok, “Graveyards” a un certo punto ha fatto saltare sulla sedia Prince Germain, che ci ha detto “Oh, adesso non esageriamo, che finiamo a fare i Finley!”.

Ma il M° Penna, che ha contribuito al disco molto più dell’altra volta, a un certo punto mi ha detto di stare attenti a non renderlo troppo cupo, ‘sto disco.

Perché c’è “Door selected” che viaggia di brutto, ma non è certo un episodio spensierato. Anzi. Le due voci che si rincorrono per tutta la durata del brano (connotato molto frequente in quest’album) raccontano di temi che si sono rivelati inaspettatamente vicinissimi all’attualità. E quindi di gioia ce n’è poca.

Invisible colours” rappresenta il primo brano dei Phidge in cui non ci sono chitarre. E rappresenta anche l’esordio di Jeffy December (Crazy crazy world of Mr. Rubik e Eveline) nel nostro disco. Il tempo passa, non si volta indietro e allora lo fai tu. Di questo parla.

Per evitare rischi di suicidio per Jeffy, gli abbiamo dato spazio anche nell’elegante “Hot water beach” che segna l’esordio di Nick in veste di compositore di liriche e parti vocali, che a Dodi ricorda gli Stone Temple Pilots e a me i Fun lovin’criminals. Vedete voi.

Da “Blind diving” c’è il rischio che salti fuori il titolo dell’album, ma non si sa ancora. Sono i miei 3 minuti di gloria (?) vocale e l’ovvietà di un chitarra e voce blackbirdoide è intralciata dal synth del Maestro Penna. Me la sono cavata con poco nella descrizione di questa, ma se è da qui che può venire fuori il titolo proprio un riempitivo non sarà.

A mio modestissimo parere, i cardini del tutto saranno “Our lungs are blind” e “Card with a wish”.

Nella prima forziamo il blocco di quello che siamo stati fino a oggi, nel tentativo di raccontare un incubo che si rivela realtà. “Card” è l’ultima lettera a Babbo Natale, scritta da chi non ci crede più, ma non sa che altro fare.

Questa non è la tracklist, dato che nemmeno quella esiste ancora.

Però quello di cui siamo abbastanza certi è che il disco finirà con l’uno – due “On the whole” – “@ the end of the day”.

On the whole” è una dichiarazione d’amore a quello che amiamo fare. Anche se finisce con un’invettiva.

@ the end of the day” è una sorta di reprise. Fate conto che il disco finisca alla traccia precedente e che qui si apra un’inattesa finestra sul dopo. Un po’ come quando da cinno mi capitò di vedere una puntata inedita dell’Incantevole Creamy in cui Yu non era più Creamy e il dono era passato a un’altra ragazzina che faceva la ballerina. Un prosieguo appena accennato, vago e del tutto inatteso.
Sotto l’egida del jazz.

Non so come si chiamerà, non so quando uscirà, ma dentro c’è un mucchio di roba. Di lavoro, di chilometri, di ripensamenti, di scavi interiori, di ore, di soldi, di voglia. A ripensarci, sembra impossibile.

Non a noi.

lunedì 7 febbraio 2011

Tutte cose a cui tu non dovresti badare più

I trip che mi fanno esitare, il continuo avantindietro incerto dello scrivo/non scrivo. Perchè un po' non mi va, un po' mi prende male far la figura di quello che scrive la paginina strappalacrime alla mamma morta, un po' ho altro da fare, un po' "chissenefrega di scrivere su un blog". Tutta roba a cui tu non dovresti badare più. Oggi è l'anniversario dell'ultimo giorno che hai trascorso qui. Non dev'essere stato granchè; per quello che ne posso capire, stavi praticamente facendo trasloco (non la tua attività preferita, ma dai, dovrebbe essere stato l'ultimo) e qui ti erano rimaste poche cose ormai. Il corpo era andato e anche degli imballaggi della mente non avevi lasciato molto. Era già tutto inscatolato e per lo più spedito e con te avevi tenuto solo il beauty, quelle tre cose che dovevi tenere a portata di mano fino all'ultimo. La capacità di capire che io ero lì con chi voleva starci fino alla fine, con te. E quella punta di sarcasmo irresistibile che, malgrado tutto, ti permetteva ancora di dare del demente a chi se lo meritava. Anche solo alzando quel che rimaneva di un sopracciglio. Sei riuscita a farmi ghignare e a farmi ammirarti anche così. Solo col beauty rimasto fuori dagli scatoloni. Parlando col Greco (non l'hai conosciuto), tre mesi dopo che te ne eri andata, mi disse che aveva saputo e che capiva come mi sentivo, dato che per lui era stato lo stesso, sei anni prima. Mi disse anche che, per quanto il tempo potesse passare, il culo non smette di tirarti mai. Prima di tutto, voglio dire al Greco che lo ringrazio per quelle parole e per quel gesto, carinissimo: era la prima volta che ci rivedevamo, dopo che lo avevamo cacciato dal gruppo e poteva pure non cagarmi, tutto sommato. Invece fu davvero commovente la sua sensibilità e la sua gentilezza. Grazie. Va detto che poi cose come questa affratellano abbastanza. E' come un franchising del dolore: puoi non conoscerti neanche, ma se qualcuno ha addosso il logo della perdita di un genitore, tu con lui hai un canale diretto. Ecco, il Greco aveva ragione. Non avevo dubbi, ma adesso me lo sento addosso, di continuo. Non smette mai. Oh, mica per fartelo pesare! Nemmeno ne avessi colpa tu. Però devo dire che un anno non è che abbia scalfito granchè dal monolito terrificante dello strazio che resta per me la tua sparizione. Carmelo Bene, parlando dell'amplificazione, diceva che quando un suono è troppo forte è come un quadro guardato col naso appiccicato alla tela: non vedi niente, non senti niente. Ci vuole la distanza. E riconsiderare il tutto a distanza di un anno è poco. Non so tracciare il profilo della cosa, non vedo bene il colore, non vedo la forma, non vedo cosa c'è attorno e oltre. Non vedo niente. E comunque non scrivo per raccontarlo. Ho detto più di una volta che è come se mi fosse esplosa una bomba in bocca e non fossi morto. Ok, sono ancora qui, ma non aspettatevi che senta i sapori. Quello che mi tormenta un po' è accorgermi di come tutto quello capitato in quest'anno abbia un che di terribilmente logico. Quasi un meccanismo. E' veramente come se tu avessi fatto spazio a me e io mi fossi incastrato in una serie di contesti in cui non mi sarei potuto incastrare senza la tua partenza. Parlo di tutto, dagli aspetti meramente materiali a quelli che lo sono meno. La casa, i soldi, il lavoro, le prospettive. E anche come sono io, il fatto che probabilmente non avrei potuto affrontare niente di quello che è arrivato dopo se non avessi avuto in dote quello che la tua morte mi ha dato subito: le spalle scoperte, le rotelline della bici che saltano via. Senza paracadute. E questo mi secca perchè si presta a una lettura tipo: "Tua mamma doveva morire perchè tu - finalmente - diventassi uomo del tutto". Più mi accorgo di quanto non faccia una piega e più mi girano i coglioni. Tutte cose a cui tu non dovresti badare più, questi attorcinamenti della testa di chi è condannato a stare qui e non riesce a fare a meno di farsi delle pippe, tipo quella che ti ho raccontato e tipo quelle che mi sto facendo adesso, che non so più cosa dire e che sono sempre più infastidito dall'idea di dovermi curare di questa pagina e di come suonerà nel suo insieme. Vorrei che leggessi solo tu e invece nessuno dei tre/quattro che la leggeranno saranno te e poi cosa cavolo sto a pensarci che blablablablabla Mio padre mi ha detto di far dire una messa per te, domani. Nel suo...essere lui è anche un gesto carino. Non succederà, ovvio. Perchè non c'è pericolo che mi debba servire di alcunchè per non scordarti e perchè se gli altri vogliono ricordarti, personalmente, vorrei che lo facessero per conto loro e non perchè io sono andato a tirarli per la giacca, menandogliela con l'anniversario di quando hai finito il trasloco. E non vorrei mai che tu diventassi una specie di ricorrenza. Come Gilles Villeneuve in una delle tue più fenomenali gag; ti ricordi? Era la prima volta che venivo a contatto col concetto di morte, dopo lo spaventoso incidente che gli era costato la vita. Non capivo cosa capitasse dopo e ti chiesi: "Ma Villeneuve cosa fa, adesso?" e tu, scoprendo che gli era subito stata intestata una strada, mi dicesti: "Il viale". Ecco, io di farti fare il viale non ho nessuna intenzione. Mi farà piacere se ti ricorderanno, ma non sarà mai qualcosa che farà la differenza per me. Sabato ho visto Vito al Duse, ha fatto la seconda puntata della commedia del prete. La Marisa muore sotto un pullman. Lui attacca la foto di fianco al camino e si mettono subito a parlare, come col cardinale. Eeeh, mamma, magari funzionasse così. No, al Duse non l'ho visto. Non sono andato a chieder niente a nessuno, ancora. Ma mica per eroismo! Non sono nè un eroe nè un orgoglioso. Solo, per ora, fortunatamente ce l'ho più o meno fatta con quello che riuscivo a fare da solo. E non mi è parso il caso di andare a far pena in giro, facendo leva sulla commozione per quello che ti è capitato. Col tempo poi son cose che svaniscono e forse i crediti accumulati sulle frignate scadono. Ti dico sinceramente, spero proprio di non ricorrerci mai. Questo mi hai insegnato. Questo mi hai lasciato scritto e io bado a quello. Perchè di te mi sono sempre fidato e non ho motivo di smettere. Qualche settimana fa ho fatto una specie di cortometraggio in cui dovevo piangere e, nonostante abbia pensato a tutte queste minchiate strappalacrime portatemi in dote dallo stillicidio del tuo trasloco, non mi è riuscito di cacciare una lacrima...dilettante. Abbiamo quasi finito un nuovo disco che è pieno di mie frignate su questo schifo di te che ti tocca di andartene. Devo dire che non posso per nulla lamentarmi di quelli che mi hanno circondato e mi circondano, ma ho capito a fondo cosa intendeva Bono quando a suo papà morente diceva: “Non lasciarmi qui da solo”. Perché, affetto o non affetto, è comunque proprio così che ho cominciato a sentirmi l’8 febbraio scorso e non credo proprio che smetterò. Non è un fatto di compagnia, è proprio un olio essenziale di solitudine che uno si installa dentro quando capita una roba del genere e credo che ce lo si porti dietro in eterno. Forse è anche utile: se sopravvivi a una cosa del genere e tolleri il portartela dentro, come minimo, sei una gran cartola.

Sono una gran cartola, mamma! Grazie a te, che ti sei beccata questa specie di stupro patologico, io ho imparato a convivere con uno schifo atroce e questo fa di me un figo del 32. Tipo Rupert Sciammenna.

Questo (h)umor nero fa parte della dotazione. E quasi subito ho cominciato a pensare che se mai scriverò un libro (e credo proprio di no, se no poi mi toccherebbe anche leggerlo) si intitolerà “Alla fine aveva ragione Giangi”.

Solo perché “La versione di Giangi” non è più disponibile.

Anche lui parla sempre di te.

Probabile che il disco si chiamerà “We never really came back”. Te lo traduco, nonostante l’esame di inglese che avevi superato: “Non siamo mai tornati davvero”.

Non che volessi parlare di te, è la frase di un pezzo che ho scritto ad agosto del 2008, quindi al di sopra di ogni sospetto.

Però se penso a te, un delle (7000) cose che mi vengono in mente è anche qualcosa del genere. Tipo che non te ne sei mai veramente andata. Oppure può essere qualcosa che ha a che fare col dopo. Sì, io ci credo, ma talmente tanto che non me ne frega poi niente se qualcun altro non ci crede e non muoverò un dito per convincere nessuno. Io l’ho detto e, a volerci guardare, è talmente evidente, che se poi uno vuol dir di no, ok, padronissimo. Peggio per lui.

La presenza, l’assenza, il dispiacere, i ricordi e l’amore, così forte che è quasi capace di materializzarti qui di nuovo, nonostante tu sia morta, qualsiasi cosa significhi.

Concetti un po’ fiacchi per una paginetta strappalacrime sulla mamma morta, lo so.

D’altronde sono tutte cose a cui tu non dovresti badare più.