Allo stato attuale delle cose il nostro disco non ha ancora un titolo, una copertina e non sono nemmeno finite del tutto le riprese.Però a me pare già che ci sia un bordello di roba là dentro.
Mi rifiuto scientificamente di dare qualsiasi tipo di giudizio, ma non posso negare che ho una grandissima voglia di far sentire a chiunque quello che siamo riusciti a tirar fuori dallo studio di Prince Germain.
A volte penso che fare un film sia un’impresa pressoché impossibile. I dialoghi, le scenografie, le riprese, campi, controcampi, carrellate, primi piani, le battute, la storia, l’audio, i costumi. Se ci penso, ho la sensazione di un monte di lavoro improponibile. Per la mia scala di valori, un film è impossibile.
E coi libri, più o meno, la penso uguale. Coi romanzi, più che altro. Non mi capacito di come si possa trovar da inventarsi un racconto che vada avanti per pagine e pagine senza scassare, più o meno, le balle. Anche quello, impossibile.
Poi penso a un disco e lo trovo possibilissimo.
Ma il monte ore di lavoro che c’è dietro non ha veramente niente da invidiare agli impossibili film e romanzi.
Non dico solo del lavoro in studio di registrazione. Che già quello è enorme. Ma per concepire il tutto. Aria pura, la musica. Materiale più o meno infinito che può prendere qualsiasi forma, purchè sia tu a dargliela. Può essere tutto e il contrario di tutto, perché se tu non ci intervieni, da capo a fondo, la materia allo stato puro non è altro che silenzio. Che storia!
Non starò a rimenarla da capo col fatto che adesso è tutto diverso nella musica dei Phidge, che abbiamo cambiato batterista e blablabla. Ma questo, ecco, va detto: è stato come ripercorrere indietro un gran pezzo di strada per tornare a un bivio al quale abbiamo dovuto ammettere che ci eravamo sbagliati e abbiamo preso l’altro viottolo, che va in tutt’altra direzione.
Oh, non vorrei che Simon si offendesse e credesse che gli sto dando dell’errore! Ci mancherebbe! Ma lui lo sa che io sono un feticista delle parole una dietro l’altra per il gusto di mettercele e stavo solo abusando di un’immagine che rendesse quello che cerco di blaterare, per carità.
Detto questo, cambia il viottolo e cambia anche tutto il panorama intorno. Forse ci sono romanzieri e cineasti a cui tutto questo parrà impossibile.
Uno può mettersi a fare canzoni così, cazzeggiando, buttandoci quello che si crede di sapere sulla musica e sui meccanismi coi quali si pensa di poter creare un pezzo. Ma funziona poco e male.
Poi cerchi i giri, le robe belle che suonano strane. Ma funziona poco e male anche quello.
Insomma – che poi mia moglie dice che la tiro troppo in lungo – arriva il momento in cui o smetti o ti rendi conto che può funzionare solo scavandosi dentro e guardandosi attorno. È lì che diventa dura, perché è lì che si inizia a fare sul serio. Non c’è più quasi nulla di casuale o artificioso. Ci vuole impegno e l’onestà di guardare a se stessi, per quello che si è e non per quello che ci si vorrebbe spacciare. Finiscono le pose. Può essere doloroso o, quanto meno, mettere a disagio. Ma può funzionare solo così.
Ecco, belli o brutti che siano, i pezzi del disco senza nome sono più o meno tutti così.
C’è “Nobody tries”, col suo ritmo involontariamente dispari, un strofa sola, lunga e vitale e un paio di chiamiamoli ritornelli corali ed esuberanti che non ho ancora capito perché mentre nascevano pensavo a Bruce Springsteen, senza che abbia mai ascoltato Bruce Springsteen. In mezzo, a far da collante, un mellotron in versione violoncello (tipo gli archi orgogliosamente finti di Mellon Collie) e la tromba (ho detto tromba, sì) di Ale Tumscitz che ha molto a che fare col discorso del viottolo e del panorama nuovo tutt'intorno che accennavo poco fa.
C’è “Awoken”, con quel genio del Turro che l’ha legata per sempre a doppio filo con Street Fighter 2, tanta voglia di suonarle tutte, le nostre corde. Storia lunga che parte dai Morphine e passa da Lenny Kravitz. Ma qualcuno diceva che la chiave è prendere la mira e mancare il bersaglio. In questo senso, siamo inarrivabili.
“Gather grapes” è forse la più vecchia, la suonammo anche al primo concerto dopo l’uscita di “It’s all about to tell”, non è cambiata molto, ma la versione del disco ha un finale, ma un finale, ma un finale…
Credo che il manifesto del lavoro tutto possa essere, idealmente, “Second chance”. Ma non per il titolo e nemmeno per il testo. Figuratevi che le parole c’erano già nel 2008. È proprio l’ignoranza dell’arrangiamento, la chiave di tutto. Nessuna pretesa di fare la storia, nessunissima ricerca del ricercato. “Muovete le chiappe e fate l’amore” diceva Perry Farrell nel ’97.
Detto questo, non è che siamo diventati i Sex Pistols, sia chiaro. Oddio, non mi dispiacerebbe nemmeno più di tanto (tanto non sono il bassista), però non è così.
Non sono tutte ghigne e schitarramenti. Anzi. Sì, ok, “Graveyards” a un certo punto ha fatto saltare sulla sedia Prince Germain, che ci ha detto “Oh, adesso non esageriamo, che finiamo a fare i Finley!”.
Ma il M° Penna, che ha contribuito al disco molto più dell’altra volta, a un certo punto mi ha detto di stare attenti a non renderlo troppo cupo, ‘sto disco.
Perché c’è “Door selected” che viaggia di brutto, ma non è certo un episodio spensierato. Anzi. Le due voci che si rincorrono per tutta la durata del brano (connotato molto frequente in quest’album) raccontano di temi che si sono rivelati inaspettatamente vicinissimi all’attualità. E quindi di gioia ce n’è poca.
“Invisible colours” rappresenta il primo brano dei Phidge in cui non ci sono chitarre. E rappresenta anche l’esordio di Jeffy December (Crazy crazy world of Mr. Rubik e Eveline) nel nostro disco. Il tempo passa, non si volta indietro e allora lo fai tu. Di questo parla.
Per evitare rischi di suicidio per Jeffy, gli abbiamo dato spazio anche nell’elegante “Hot water beach” che segna l’esordio di Nick in veste di compositore di liriche e parti vocali, che a Dodi ricorda gli Stone Temple Pilots e a me i Fun lovin’criminals. Vedete voi.
Da “Blind diving” c’è il rischio che salti fuori il titolo dell’album, ma non si sa ancora. Sono i miei 3 minuti di gloria (?) vocale e l’ovvietà di un chitarra e voce blackbirdoide è intralciata dal synth del Maestro Penna. Me la sono cavata con poco nella descrizione di questa, ma se è da qui che può venire fuori il titolo proprio un riempitivo non sarà.
A mio modestissimo parere, i cardini del tutto saranno “Our lungs are blind” e “Card with a wish”.
Nella prima forziamo il blocco di quello che siamo stati fino a oggi, nel tentativo di raccontare un incubo che si rivela realtà. “Card” è l’ultima lettera a Babbo Natale, scritta da chi non ci crede più, ma non sa che altro fare.
Questa non è la tracklist, dato che nemmeno quella esiste ancora.
Però quello di cui siamo abbastanza certi è che il disco finirà con l’uno – due “On the whole” – “@ the end of the day”.
“On the whole” è una dichiarazione d’amore a quello che amiamo fare. Anche se finisce con un’invettiva.
“@ the end of the day” è una sorta di reprise. Fate conto che il disco finisca alla traccia precedente e che qui si apra un’inattesa finestra sul dopo. Un po’ come quando da cinno mi capitò di vedere una puntata inedita dell’Incantevole Creamy in cui Yu non era più Creamy e il dono era passato a un’altra ragazzina che faceva la ballerina. Un prosieguo appena accennato, vago e del tutto inatteso.
Sotto l’egida del jazz.
Non so come si chiamerà, non so quando uscirà, ma dentro c’è un mucchio di roba. Di lavoro, di chilometri, di ripensamenti, di scavi interiori, di ore, di soldi, di voglia. A ripensarci, sembra impossibile.