venerdì 1 dicembre 2017

Chiodo, Riccione, Jovanotti e il mio posto.




A Bologna lo chiamavano Chiodo, per via del cognome, il cugino di mio padre. Era un campione di bridge. Anzi, era anche diventato il direttore del circolo di Bologna. Ma da tutta la vita amava trascorrere più tempo che poteva a Riccione, nella sua villetta dietro viale Ceccarini. Là per tutti era Poppi.
Era il classico bolognese a cui non puoi non volere bene. Alto, rotondo, godereccio e di una bontà sconfinata. La voce sempre rauca per via delle sigarette che fumava a nastro. Il profumo che lo circondava sempre, ma in maniera discreta.
Fu per via della sua storica amicizia con il padrone dell'hotel Flamengo che io finii a fare le vacanze lì, nel 1982. E non smisi più, fino al 2011.

Conosceva tutti lui, a Riccione. E quando seppe che il me di undici anni scarsi era perdutamente innamorato delle gesta del primo Jovanotti, che si esibiva regolarmente all'Aquafan, fece due chiacchiere col suo amico Elio, il proprietario dell'albergo e saltò fuori che il capoccia del parco acquatico della Perla Verde altri non era che un tizio con cui loro avevano fatto un'infinità di balotta, da ragazzini.
Andrea fece un lento cenno con la testa, per far capire che aveva capito, poi non disse niente.

Io avevo scoperto dell'esistenza di Lorenzo Cherubini un anno prima, quando, nel pieno del salotto ingessatissimo di mia nonna, dove alla tv si guardavano solo varietà nei quali Massimo Ranieri era ancora visto come un giovane, idolo delle ragazzine, vedere nel pomeriggio di Italia Uno un tizio che saltava nella piscina a onde urlando "1,2,3, casinoo!!!" mi era sembrato l'arrivo del Messia. E più tutti gli davano dello scemo, più io non capivo dove stesse il problema.
Ero rimasto senza respiro dopo averlo visto esordire a San Remo, mettendo a soqquadro il palco dell'Ariston, avevo le sue camice con le stelle, i jeans strappati e le mutande con la bandiera americana. Avevo appena finito le elementari e continuavo a credere che uno che diceva che fare festa è una figata non potesse avere torto.

Una sera mia nonna entrò in camera, a Riccione, con una faccia davvero strana. Cercava di non ridere, ma non ci riusciva. "Mi ha detto Andrea che stasera il tuo Jovanotti viene a fare uno spettacolo agli scivoli, là...ma è un segreto, perchè poi deve tornare in caserma...".
Era fine luglio e io caddi per terra.
La sera mi preparai in uno stato di trance. Andrea mi venne a prendere verso le dieci, quando normalmente stavo per andare in branda. Salii sulla sua macchina e per tutto il tragitto, che mi parve infinito, mi parlò dei Blues Brothers e di come, una volta in pensione, avrebbe voluto ritirarsi a vivere proprio lì, nella sua Riccione. Il tutto mentre il suo impianto sparava musica a un volume che mi pareva irreale.
Scesi dalla macchina e pensai: "Anche io voglio venire a stare a Riccione, quando andrò in pensione".

La discoteca ricavata nel cuore di quell'Aquafan, che allora aveva sì e no due anni, si chiamava Walky Cup, come il bicchiere di cartone da passeggio che la Coca Cola, sponsor di Radio DeeJay, stava lanciando proprio in quegli anni, pieni di hamburger, Vasco e Duran Duran.
Mi sembrava enorme, anche se alla fine non lo era.
Mi ero sistemato su una specie di ringhiera. Lorenzo, circondato da bodyguard e figure dall'aria seria, probabilmente piazzate lì dal geniale Cecchetto per far sembrare che avesse un'importanza superiore a quella autentica, arrivò verso le undici e mezza. Chiodo nero, RayBan a goccia, cappellino rosso, mutande americane. Qualche centinaio di ragazzini in delirio. Io in uno stato prossimo al nirvana che mi facevo pettinare dai bassi di "Latino", il nuovo singolo dell'alter ego house che Lorenzo si era inventato a inizio carriera e pensavo che in quello stato lì ci stavo davvero bene.
A fine show Andrea mi venne incontro con un sacchetto. Dentro c'era un gilet a stelle e strisce firmato "Jovanotti the man" e un foglietto con un autografo proprio del mio idolo.
Mi riportò in albergo e vissi i giorni seguenti come chi si chiede di continuo se sia successo veramente.
Ma lo shock non fu tanto per l'aver visto per la prima volta Lorenzo. O, meglio, non solo.

Quello che mi era rimasto addosso, assieme al gilet, era la sensazione incredibile di benessere che avevo provato, circondato da una folla festante, dalla musica sparata a un volume pazzesco, dall'odore del fumo della macchina del fumo, dallo sfrigolo dell'attesa, dalla sensazione di cosa che sta capitando quando lui era salito sul palco, dalla botta al petto di quando il gruppo si mise a suonare. Non ero sconvolto per il rumore, per la luce, per le voci. Ero strabiliato da quanto tutto questo mi avesse fatto stare bene.
La prima volta che vidi Lorenzo fu anche la prima volta che sentii che essere a un...boh, concerto, evento, spettacolo, fate voi, ma comunque a un live era essere in uno stato di benessere.
Passerò da presuntuoso, ma cosa mi frega: era il mio posto.

Da allora avrò visto un paio di centinaia di concerti, lo stesso Jovanotti l'ho rivisto (credo) tredici volte e su un palco (o qualcosa di simile) ci sarò salito...boh...altre 200? Una roba del genere.
È sempre uguale a quella volta là.
E quando vedo Jovanotti in me scatta una serie infinita di associazioni che io non mi ci metto neanche a provare a scardinarle per rendermi conto che adesso si deve dire che comunque è un radical chic del cazzo, che dice delle boiate e tutto quello che si deve biascicare per dimostrare di essere sulla stessa lunghezza d'onda di qualche blogger/stakeholder/opinion leader o che minchia altro non lo so, tutto sprezzante acutezza, sarcasmo intellettualoide e piglio stizzito di chi ritiene di essere ingiustamente meno considerato del mio regaz di Cortona.
Certo, può darsi che la consapevolezza che apparve in me quella notte di luglio di ventotto anni fa sarebbe arrivata lo stesso e magari farei lo stesso discorso anche se si fosse trattato di un concerto di Fiorella Mannoia a cui mi aveva accompagnato la maestra di matematica.
Ma alla fine è anche una questione di chi arriva prima.
È arrivato prima Lorenzo al Walky Cup. E ne sono tuttora felice.

Come sono felice di ricordare che arrivò prima Andrea detto Chiodo. Che però eravamo a Riccione, quindi Poppi.
Purtroppo non mi restano molti altri ricordi di quel ragazzone che una mattina del 1993 si accasciò sul volante della sua Thema, sui viali, all'altezza di Porta San Vitale. E non si svegliò più.
Perchè - e qui scatta la lacrimuccia - se no io 'sto week end l'avrei portato a Milano per vedere il negozio che ha aperto Jovanotti ieri, in occasione dell'uscita del suo nuovo disco.
E magari stavolta un gilet glielo regalavo io.

Il suo l'ho ancora, comunque.

lunedì 2 ottobre 2017

Sorrisoni

Ah già, che io sono quello che frigna per la mamma!

Quando iniziai questo blog pensai: "Di fatto questo fa di me un blogger!". Non che mi esaltasse, ma mi interrogavo su cosa mi avrebbe poi separato dai miei colleghi più illustri, quelli che quando scrivono spostano le opinioni di chi legge. O, quanto meno, lasciano un qualche segno, destano attenzione. Mi chiesi cosa avrebbe potuto rendere me uno così.
Non mi risposi. In realtà mi importava poco. Ma pensai che comunque, per prima cosa, avrei dovuto scrivere tanto.
Ecco, nel dubbio non l'ho fatto.
Come sempre, si spara all'inizio, poi l'entusiasmo cala e si lascia scivolare via ciò di cui ti cale il giusto.

Per dire.

L'ultima volta mi lagnavo della salute traballante alla vigilia del tour promozionale del nostro secondo album. E finivo poi per tirare in ballo quel lutto che, evidentemente, non avevo ancora elaborato granchè.
Cosa è cambiato nel frattempo?
Ovviamente tanto.
Ovviamente nulla.

Perchè Facebook ha successo?
Perchè il mondo ne aveva voglia. C'era un buco a forma di Facebook in tanti. Un posto unico nel quale convogliare ciò che di sè non si resisteva a voler mostrare. Un posto unico in cui far vedere ciò che volevi mostrare a chi lo potevi mostrare. In cui vedere cosa mostravano coloro coi quali volevi un contatto. Il tutto al riparo di uno schermo che ti avrebbe comunque sempre fatto sentire protetto.

Per poco più che un caso ho scoperto che il due ottobre è stata designata come la giornata dei nonni.
Cazzata, chiaro.
Ma ho avuto voglia di mettere su Facebook la foto del 1994 in cui bacio e abbraccio la mia amatissima nonna Liliana. Perchè volevo che si vedesse in giro quanta voglia avevo di baciarla, quel pomeriggio di ventitrè anni fa. Ovvio, non si vedono svariati miliardi di altri momenti con lei, quando mi metteva lo zucchero nella medicina che non volevo prendere, di nascosto da mia mamma, quando guardavo Sentieri accanto a lei, imperturbabile, quando mi chiedeva cosa avrei voluto mangiare a Natale con quei 3, 4 mesi di anticipo, quando scioglieva per un attimo il suo aristocratico aplomb e mi regalava un rapido ma intensissimo sorriso beffardo per farmi capire, coi suoi occhioni carta da zucchero, che aveva capito la gag feroce che avevo appena fatto, ma non si poteva scomporre più di tanto, quando accarezzava il suo obeso gatto persiano, Gorbaciov.
Ma per un post va bene così.
Mi scoccia non avere a portata di clic una foto della nonna Linda. Un'altra sulla quale ci sarebbe da postare, anche di più della Liliana.
Il nonno Gino non l'ho mai conosciuto. Il nonno Maso suonava il jazz e l'avrò visto sì e no 50 volte in vita mia.

Ma visto che io sono quello che frigna per la mamma e visto che non sono diventato un blogger, ma uno che il blog se l'era fatto ma poi non l'ha più cagato, ecco che assemblo due idee: oggi doveva essere il primo giorno da nonna per mia mamma + ho il blog da frignata.
Se poi mi tira, lo link su Facebook.
Eccoci.

Ma non ho molto da aggiungere, in realtà. Qualche giorno fa mi sono imbattuto di nuovo nella pagina di Henry Scott Holland che tenta lodevolmente di consolare gli inconsolabili mettendosi nei panni di un de cuius e sostenendo la morte non sia nulla, se non un passaggio da una stanza all'altra.
Ho dovuto interrompere la lettura dopo poche righe perchè stavo soffocando dal groppo in gola, ma stavo anche lavorando e proprio non potevo permettermi di esplodere in lacrime.
E allora no, io il lutto non l'ho elaborato. E vi dirò di più: ma cosa cazzo significherebbe "elaborare il lutto"?
Ok, sono certo ci sia una letteratura scientifica che, quanto meno, spieghi nel dettaglio cosa vorrebbe dire un'espressione del genere. Ma io non la conosco. E sono abbastanza convinto che lo stesso possa dirsi per tanti di coloro che tirano in ballo questo concetto. E ai quali magari capita di rivolgersi, che so, a me.
Primo: io vi ringrazio, davvero, per il fatto che mi dedichiate un pensiero, delle parole. Non è scontato, non è dovuto eppure lo fate. Grazie. Ma
Secondo: lasciate stare. Perchè per me vale ancora esattamente lo stesso pensiero che mi attraversava la testa mentre vedevo mia mamma sciogliersi sul letto di un hospice un giorno dopo l'altro e incontravo gente - Dio vi abbracci per me - in visita: "Se non siete qui per dirmi che è tutto uno scherzo e che mia mamma si alzerà nel giro di tre secondi, potete sparire".
Per carità, non significa "non mi parlate". Nemmeno "non me ne parlate".
Anzi. Per me non è mai stato un argomento da evitare.
Da subito io ho amato parlare di mia mamma. E anche di quanto fosse vergognoso che fosse morta a 57 anni. E di come fosse morta.
Sono fiero, profondamente fiero di essere il figlio di mia mamma.
Ma, ecco, proprio per questo non mi va che mi se ne parli nel registro standard che si riserva generalmente alle conversazioni di questo genere.
"Ma tanto ti vede", "E' sempre con te", "Ci vuole del tempo". Cose così.
Anzi, le parole che tengo più strette a me, quando ripenso a tutto quel passaggio, sono quelle che mi mandò via sms un collega con il quale non avevo nemmeno un rapporto così stretto. Ma mi disse: "evito parole inutili".
E lì io pensai: "Sì, cazzo, sì...grazie Enrico, perchè mi hai pensato e lo hai fatto dandomi qualcosa". Lungi da me il voler togliere importanza a tutte le altre testimonianze di vicinanza dell'epoca. Davvero.
Ma il mio collega Enrico mi diede qualcosa. Per me. "Le chiacchiere non contano. E' uno schifo, lo so e voglio farti sapere che lo so e che mi dispiace". Per me suonava così.
E andava benissimo.

No, non elaboro niente. Un amico qualche tempo fa mi mandò una base strumentale sulla quale mi venne voglia di scrivere delle parole e di cantarle. Non sapevo neanche io di cosa stessi parlando fino a che, nel bridge, non mi uscì qualcosa di traducibile con: "Dio, non me ne volere se sono ancora convinto che non sia stato giusto".
Non elaboro, perchè per il Dio in cui credo, sono certo che sia giusto così. Ma questa è fede. Fuori dalla fede (e io, che sono un peccatore, non sono tutto fede, quindi c'è tanto me anche fuori dalla fede) io non sono ancora convinto. E sarò a posto solo quando e se sarò convinto.

Così come non sono per niente a posto col fatto che oggi dovevamo festeggiare la prima giornata dei nonni con mia mamma, che si sarebbe incazzata moltissimo nel rendersi conto che veniva festeggiata in quanto nonna, ma alla fine sarebbe stata tanto, ma tanto, ma tanto felice di tenersi in braccio Simo e Vitto, sicuramente conciati da nani eleganti, con quelle due facce da culo incredibili che si portano appresso, con quei sorrisoni che vengono dritti dritti da quelli della nonna Liliana e sono passati anche dalla loro nonna Kitty, che invece non se li sta tenendo in braccio proprio per un cazzo. Perchè la vita è una vergogna e fino a che non mi avranno convinto del contrario, vaffanculo non mi chiedete di elaborare niente.