giovedì 11 febbraio 2010

Pinocchio


Non è che il Pinocchio di Benigni mi faccia impazzire.
Anzi, se posso, devo dire che è proprio Benigni che non mi fa impazzire. Cioè, capiamoci, "La vita è bella" è un episodio di indiscutibile valore e "La tigre e le neve", probabilmente, ha il suo unico difetto nel fatto che viene dopo "La vita è bella".
Però tutto il resto..insomma...quelle atmosfere un po' a metà fra Fellini e Nichetti dei film anni '80/'90, "Johnny Stecchino", "Il mostro", "Il piccolo diavolo"...mi è sempre parso che credesse di valere molto di più di quello che valeva.
E anche da quando si è reinventato intellettuale, con le lecturae Dantis e compagnia, non è che mi convinca mai del tutto. Quelle dantesche sono interpretazioni interessanti, dà alla Commedia un tono di fondo intriso di stupore che i suoi più celebri predecessori raramente avevano saputo trasmettere.
Però mi pare che, di fondo, traspaia sempre che Benigni celebra per prima cosa Benigni.
E in Pinocchio, per me, esagera.
Io ho come riferimento Carmelo Bene e quindi, sia riguardo Dante che riguardo Collodi, è ovvio che tanto d'accordo col folletto di Vergaio non posso andare. Ma nel Pinocchio benignano mi pare si sia un po' tirata troppo la corda. Una recitazione, più che un'interpretazione, la sua. Ampollosa, autocompiaciuta, pesante senza essere barocca, ridondante senza arrivare al manierismo, insomma, come se avesse voluto esagerare senza essere riuscito ad eccedere. Come voler fare il White album senza avere nè Blackbird nè Happiness is a warm gun e Helter Skelter.
Però un aspetto incredibilmente riuscito, a mio modo di vedere, c'è.
Mi pare poco più che casuale.
Ma quando alla fine Pinocchio diventa un bambino, butta un'occhiata in un angolo della stanza e ci vede, accasciato, il corpo del burattino che era stato fino a poco prima.
E lì dice quel famoso: "Com'ero buffo, quand'ero burattino!", che se non è la chiave della vicenda, è sicuramente uno dei passaggi più cruciali di tutto il malloppo.
Bene, nel film di Benigni la sagoma del burattino, svuotato della vitalità, è di un impatto impressionante: si vede per pochissimi secondi, il tempo di lasciare a chi guarda un senso di straniamento, perchè è vestito come Benigni due secondi prima, è quello che era Benigni due scondi prima, però lo è senza esserlo più. E' tutto quello che era stato fino a poco prima che capitasse una metamorfosi spirituale tale che l'involucro si è svuotato di colpo, è lì nell'angolo, come un sacco vuoto, che non serve più. E non perchè Pinocchio è finito, anzi, volendo, in un certo senso, comincia da lì. Da dove finisce la favola e inizia a vivere. Poi Collodi ci ha raccontato la favola, ma la storia è fatta della favola - prima - e della vita - dopo.
La vita non si scrive, per questo l'autore ha scritto solo la favola, il pre-vita.
La vita non si scrive, per questo ogni biografia è immaginaria.
Guardi quell'inquadratura per pochi sencondi e hai una sensazione quasi di spavento, perchè, da finitissimo umano, percepisci che tutto quello che fino a un attimo prima era stato, non è più. C'è quasi sgomento. Che però Benigni tampona immediatamente, perchè se lo spettatore è lì lì per intripparsi con: "Oddio, è morto", il protagonista invece è accanto all'involucro svuotato e rende evidente il concetto per il quale quello è un involucro svuotato e basta. E non c'è mancanza di rispetto, nè null'altro.
"Com'ero buffo, quand'ero burattino!".
C'è quasi autocritica, forse autoironia, ma comunque lo spettatore può star calmo, perchè il burattino svuotato ti sembra Benigni morto, ma poi Benigni è lì di fianco, vivo e con un altro vestito, migliore e pronto a vivere. E allora non piangi sul burattino svuotato e non piangi nemmeno quando Pinocchio va a vivere, perchè il libro è finito. Al massimo, se proprio sei un inguaribile introspettore, ti chiedi quando toccherà a te, smettere di essere burattino e andare a raggiungere tutti quelli che son stati Pinocchio prima di te. E di Benigni.

Benigni che ringrazio.
Nonostante non mi piacciano tanto i suoi film (credo che, in qualche modo, se ne farà una ragione), nonostante non straveda per il suo ruolo di neo sapiente per grazia ricevuta, nonostante, in "Non ci resta che piangere", trovi molto più interessante il ruolo di Troisi.
Un altro che ha già smesso di essere burattino.
Grazie a Benigni per avermi dato quell'immagine.
Grazie a quell'immagine, per essermisi rivelata in questo modo, per avermi fatto pensare queste cose e per essere il mio appiglio.

Ciao mamma.

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