
Con buona pace dell'ottimo Orwell, se penso al 1984, la prima cosa che mi viene in mente è un synth. Subito dopo c'è la faccia di Eddie Van Halen che con un ghigno beffardo mi fa notare che a tracolla ha la sua abominevole chitarra rossa striata di giallo, ma le mani scorrono sul synth di cui sopra e lui sta intessendo il tappeto sopra al quale David Lee Roth blatera quelle 4 minchiate che mi mandano ancora giù di testa, dopo 25 anni.
1984 era il titolo dell'album che conteneva quel pezzo, "Jump". Una rivelazione, in un certo senso.
Ancora.
Nel 1984 un gruppo post punk (o pre new wave. Scegliere) si rinchiudeva in un antico castello con il genio dell'ambient e ne cavava fuori un mazzo di brani che qualcuno anni dopo definì "rock agli acquerelli". Nel mazzo c'era un pezzo in cui il cantante solista urlava "In the naaaaaame of love". Un'altra rivelazione.
Un anno di apocalissi, se ci mettiamo anche che fu allora che conobbi per la prima volta il mondo della scuola (se bypassiamo l'asilo). C'era Aurelio Forgione, col suo petto villoso da cui spuntava una catena d'oro. La mia cartella azurrina con una fantasia ispirata ai recentissimi videogames (adesso varrebbe miliardi) e l'Annarita Campagna, che si occupava, più o meno, di matematica e che dopo una settimana ascoltò allibita il mio fantastico compare Sandro Papa che le chiedeva "Maestra, ma tu di che sesso sei?".
Andare a scuola mi ha sempre fatto soffrire come una bestia. Non c'è stato un giorno, in quei 5 lustri, in cui non abbia stramaledetto il sonno che avevo, la paura dei compiti in classe che mi braccava e la zero voglia che avevo di vedere 30 cristiani di cui, in condizioni normali, non me ne sarebbe potuto sbattere di meno.
Non c'è stato un giorno in venticinque anni che non abbia trovato repellente.
Bugia. Gli ultimi giorni di scuola, in effetti, mi piacevano.
Ma siamo a 25 mattine "sì" contro circa 1000 e passa risvegli "no".
Mi sono stragirate le palle più di mille volte. In più di un migliaio di occasioni mi sono sentito assediato da chi, appartenendo, senza pietà, al mondo dei grandi, mi ripeteva che quello era il mio lavoro. E nessuno si è mai accorto di quanto avessi ragione nel ribattere "ma a me mica mi pagano!".
Ridevano, tutt'al più.
Ma io mica scherzavo.
Mi si diceva che investivo sul mio futuro, che era meglio quello, piuttosto che andare a lavorare e rimanere ignoranti.
Che per diventare importanti si doveva fare così.
Quello scherzo della natura del preside del mio liceo fra il '92 e il '97 ci ripeteva che noi saremmo stati la classe dirigente del futuro.
Ignaro, o forse noncurante, del fatto che non ci sarebbe stato nessun futuro da dirigere.
Quanti calciatori ho sentito dire "Eh, avessi studiato...sarebbe stato meglio, ma me ne rendo conto solo adesso...".
Allora io mi domando: è uno scherzo, o cosa?
Guardate, se state pensando che questo post non è scritto granchè bene e che è deludente rispetto agli ultimi, vi fermo io: smettete pure di leggere.
Perchè qui non si fa della letteratura.
Non si fanno le belle pagine.
E nemmeno la poesia.
"Cosa si fa?", potrebbero chiedere alcuni.
"Niente, ripeto, andate pure", rispondo.
Per chi fosse rimasto: diamo un nome e un cognome ai discorsi.
La pippa iniziata nel 1984 è finita un paio di settimane fa.
Elementari, medie, liceo, università, master.
Che segno hanno lasciato?
Un sacco di soldi in meno e una certa abilità nel fare i temi.
E basta.
"Prendere quel pezzo di carta", si diceva una volta.
Io sembro un rappresentante della Fabriano.
Ma posso dirigermi solo al macero.
Adesso che ho tutte le specializzazioni della Terra, che ho dato retta per filo e per segno, fino in fondo, a tutti quei grandi che dicevano "studia, che è meglio", adesso che ormai sono grande anch'io, esco da scuola, busso ai "lavori" e sento le voci dei grandi che dicono "non c'è posto, i tuoi studi non servono a niente".
Amici, lo scherzo è bello finchè dura poco.
Non verrà mica fuori che ho smadonnato dall'84 tutte le mattine per niente, eh?! Non sarà mica che so il paradigma di Fero sia in latino che in greco (che tutti e due hanno il tema del perfetto troppo diverso) per l'anima di 'sta ceppa!??! Non mi sarò mica sorbettato migliaia di versi di Betrand De Ventadorn per sentirmi dire che tanto della filologia romanza non frega una mazza a nessuno!??!!
No, perchè poi sarei costretto a farvi notare che io l'avevo detto subito, che lasciare 40 ore su "Chantars no pot gaire valer" forse non era il più geniale degli investimenti sul futuro!
Cioè, adesso non venitemi a dire che avevo ragione io.
Non ditemi che anni di Guittone d'Arezzo, trigonometria, ritratti di Romney, Prigioni morente, etimologie di Templum in Lucrezio, Finzi - Contini, Gerardi Segalelli, stanze per la Giostra, Comuni di Parigi, isole di Arturo, isoglosse, posti delle fragole, campi Fenectani, serpi Kundalini e incastellamenti, vengono buoni solo per avere un elenco sufficientemente lungo per mandarvi tutti a cagare!?
Non salterà mica fuori che 12.000 euro era meglio metterli in Gin Tonic, che almeno me ne andavo felice!?
Perchè, ve lo dico di tutto cuore, mi seccherebbe.
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RispondiEliminaProbabilmente alcuni tuoi colleghi i 12mila euro li hanno effettivamente spesi in Gin Tonic, ma ti assicuro che la differenza si vede.
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